‘Tele’

I lessici registrano, in varie lingue soprattutto moderne, numerose parole composte che esordiscono con ‘tele’: ‘telecomunicazione’, ‘telefono’, ‘televisione’, ‘telematica’, ‘teletrasporto’, ‘telescopio’, ‘telegramma’, ‘teleselezione’, e così avanti.

Tele’ esprime un apporto semantico incentrato sulla “distanza” (“da lontano”). Più estesamente, evoca la caratteristica di un processo il quale tende a eliminare latenze temporali che, altrimenti, deriverebbero dalle distanze in gioco.

Sia chiaro: le latenze, a rigore, non sono eliminabili. Infatti, se una telecamera trasmette una immagine da Roma a Milano, oppure da Tokio a Torino (oppure, ma non parliamone neanche, da Marte alla Terra), l’immagine non sarà percepibile ‘contemporaneamente’ nel luogo di partenza e nel luogo di destinazione; tuttavia (rispetto alle tempistiche imposte da una mancanza di tecnologie telematiche) la latenza potrà essere considerata inesistente o irrilevante.

L’uomo, del resto, nel corso della sua straordinaria storia di homo faber, ha sempre lavorato per ridurre l’asservimento del tempo  alle distanze: se risaliamo di qualche decina di millenni,  pare che il sapiens-sapiens abbia avuto la meglio sul sapiens anche perché, invece di continuare a lottare corpo a corpo, avrebbe inventato il giavellotto (che arriva sul nemico prima dello scontro fisico; ancora oggi, peraltro, cosa è un missile moderno, se non un giavellotto “arricchito” e “velocizzato” rispetto all’archetipo?). Si pensi, poi, al trasporto delle persone e delle merci: il trasporto ha avuto l’evoluzione che ben sappiamo, e le persone e le merci sono state e saranno trasportate sempre più lontano in tempi sempre più brevi; nessuno, però, in proposito, parlerebbe di ‘teletrasporto’. ‘Tele’, infatti, veicola un requisito molto esigente: esige l’annullamento del prezzo temporale pagato alla lontananza. In altri termini, l’uomo tende ad affrancare la spazialità dalla temporalità; è una idea fissa dell’homo faber (che raramente riesce nel capolavoro di essere ubiquo e, quando ci riesce, gli viene riconosciuta  una meritata santità).

Una postilla. Qualche disciplina annovera (da millenni) forme di telepercezioni e di teleattività istantanee: nella magìa, per esempio, alcuni maghi possono vedere qualcosa di molto lontano e, se sono proprio bravi, sanno anche avvalersi di telecinesi (per non parlare, poi, di interventi chirurgici che per loro sono un gioco da ragazzi, come prendere un fantoccio e infilarvi uno spillone che teletrafigge il malcapitato ovunque sia). Ma la magia è un altro mondo, gli spilloni non sono bisturi, e i tecnici hanno sempre faticato più dei maghi.

Telepercezione: i sensi in gioco.

La percezione (come quella di un “rumore”, di una “luce”, di un “profumo”) è una conoscenza veicolata da un “senso”; e ‘senso’ (in una delle sue accezioni) designa “una facoltà che presiede a una classe omogenea di sensazioni”. Al di là di una definizione, è più chiaro un elenco tradizionale come quello che annovera i famosi cinque sensi: l’udito, la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto.

Ovviamente, i prodotti dei sensi non esauriscono l’orizzonte della conoscenza; per esempio il pensiero, che non è un “senso”, produce conoscenza per via induttiva o deduttiva; ma sarebbe improprio anche solo accennare a scenari futurologici di ‘telepensiero; è invece più concreto, e attualissimo, restare nel tema (circoscritto) della telepercezione.

La telepercezione, sinora, si è dedicata, sostanzialmente, all’udito e alla vista. L’udito ha beneficiato della radiotrasmissione e, in particolare, del telefono. La vista ha beneficiato dell’universo televisivo (il cui patrimonio di dispositivi comprende, tra altro hardware, televisori in senso stretto, monitors, videocamere e webcam, e chi ne ha più ne metta). Quindi, in virtù della telepercezione nei suoi contesti attuali, un suono si teleascolta e una immagine si televede.

Domanda: tutto qui? Vale a dire: al di là dell’udito e della vista, il nulla? La telepercezione olfattiva, o di gusto, o di tatto, non sono interessanti e non hanno prospettive tecnologiche? Si pensi soprattutto al tatto, che in molte visioni e tradizioni è sempre stato visto come il giudice ultimo del vero e del falso.

Le risposte debbono essere, verosimilmente, negative.  Telepercezioni per i sensi residuali, oggi, potranno magari apparire inutili e persino ridicole. Ma non è così: molte cose appaiono inutili e ridicole finché non arrivano.

Infatti, chiunque abbia un minimo di propensione futurologica (futurologica, non fantascientifica) è oggi un grado di prefigurarsi una coppia di dispositivi (uno trasmittente e l’altro ricevente) che siano in grado di replicare, nell’utente-destinatario, le complesse percezioni tattili di una mano (la qual cosa sarebbe utile in molti campi, e anche nel campo nella telemedicina a cominciare dalla diagnostica).

Un altro aspetto da considerare è che oggi i dispositivi (come accade, del resto, alle persone di alta qualificazione) sono settoriali e specializzati: infatti, esistono varie classi di dispositivi, e ciascuna classe annovera dispositivi per funzioni specifiche (non solo nella grande divisione tra audio e video, ma anche all’interno delle rispettive settorializzazioni funzionali e di contesto). Però, già oggi, esistono dispositivi per funzioni combinate (audio e video e meccaniche di brandeggio e persino più sofisticate operatività robotiche).  È un segnale interessante: consente di aprire prospettive su un percorso ulteriore, di allargamento e di integrazione, verso dispositivi unitari e ulteriormente polifunzionali.

 

Telepercezione e “dispositivi”.

In gran parte, la telepercezione si avvale di dispositivi correlati. Principalmente due: un dispositivo emittente e un dispositivo ricevente.

I dispositivi possono essere strutturati per un flusso monodirezionale, oppure per flussi bidirezionali. Era monodirezionale, per esempio, il caro vecchio telegrafo. Più frequentemente, i dispositivi sono bidirezioniali: è così nel telefono, capace di input e di output.

Il destinatario umano, in questi casi di telepercezione, esercita il proprio senso percettivo (naturale) sul dato offertogli dal dispositivo. Quindi: a monte, il dispositivo emittente procede a selezionare il suono o la visuale che deve trasmettere, poi li codifica secondo la propria tecnologia, poi li trasmette al dispositivo ricevente; a sua volta, il dispositivo ricevente decodifica il messaggio per riportarlo alla ostensione di suono, o di immagine, su cui il destinatario possa esercitare la sua percezione naturale (ascoltando o vedendo il suono e/o la visuale offerti dal dispositivo).   

Apporto dei “dispositivi”

Il meccanismo appena richiamato (acquisizione, codifica, trasmissione, decodifica, ostensione alla percezione sensoriale del destinatario), fa sì che i dispositivi non siano trasmettitori “oggettivi”, ma siano, a loro modo, “interpreti” (interpreti in senso forte, parzialmente creativi e artefici del risultato).

Ma allora, se è così, occorre e occorrerà una grande trasparenza sulle caratteristiche dei dispositivi e dei loro prodotti (per far sì, ad esempio, che una immagine, pervenuta all’utente, sia utilizzata con piena consapevolezza dei parametri hardware e software che l’abbiano generata).

Certo, si potrà osservare che anche l’udito e la vista del medico, dal canto loro, percepiscono suoni e forme e colori in maniera soggettivizzata e quindi variabile; comunque, il duplice passaggio (nei dispositivi di invio e di ricezione) introduce ulteriori livelli di “apporti conformatori”.

 

Artes e ars medica

La cultura moderna, spesso riduttivistica, definisce le arti introducendo frequentemente l’elemento semantico (restrittivo) della funzionalità estetica. Viceversa, lungo un solco che proviene dalla cultura classica, le arti (artes) costituiscono un sapere caratterizzato da tre elementi: elevata qualificazione; abilità tecnico-pragmatiche; destinazione al fronteggiamento utile di esigenze umane diffuse e settoriali (quindi nozione molto estesa, che non include alcun riferimento alla destinazione estetica).

Tra le arti, in tale senso ampio, vanno annoverate la politica, l’economia, la retorica, la giurisprudenza (quest’ultima non come insieme di sentenze dei giudici, ma come sapere valoriale e pratico finalizzato a trovare soluzioni giuridiche per i casi concreti); per altro verso, occorre annoverare l’architettura, la meccanica, la navigazione, l’arte militare, e così avanti.  Ovviamente, tra queste arti, ha un posto di massimo rilievo anche   la medicina.

Tra tali artes, sono molte quelle che si avvalgono, da tempo, di teleprocedure. Per esempio: un attacco militare può essere programmato, nonché eseguito, per via telematica; parimenti, un processo produttivo, in una impresa, può essere governato affidando la parte meccanica a dispositivi programmati e programmabili a distanza; le imprese spaziali, necessariamente, sono guidate con teleprocedure.

Tutto ciò, soprattutto nella sicura prospettiva di una crescente estensione, preannuncia rilevanti cambiamenti

  • nelle pratiche e nelle immagini del lavoro;
  • nel rapporto tra uomo e strumenti;
  • nel rapporto tra funzioni e tra soggetti interagenti;
  • da ultimo, persino nella progettazione demografica e sociale e politica in un futuro quasi imminente (progettazione che per ora resta affidata soprattutto alle retoriche ideologiche, ma che potrebbe essere spazzata via, prima o poi, dalla forza e dalla evidenza degli eventi).

Orbene, tra queste artes quale è la posizione della medicina, intesa come ars medica in senso ampio? Quale è la posizione della medicina, intesa come complesso dei saperi e delle abilità il cui fine è la salute delle persone (prevenzione, diagnostica, terapia, assistenza)?

La posizione della medicina, oggi, sembra in mezzo al guado: da un lato si riscontrano disponibilità, intelligenze e impegno per innovazioni capaci di estendere le frontiere della disciplina in un solco progressivo (il quale tenga ferma quell’etica personalistica che, a parte trascorsi oscuramenti, si è andata formando come uno dei pilastri della nostra “civiltà occidentale”); per altro verso non mancano antagonismi remoranti, ritardi di comprensione, resistenze ideologiche e burocratiche impegnate più a contrastare che a trovare regole di sperimentazione, di efficacia, di efficienza, di garanzia.

Si tratta di difficoltà tipiche di ogni periodo di transizione.

In conclusione: c’è parecchio da fare, e quindi buon lavoro a tutti.