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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 261 del 09.11.2015 sono state pubblicate le linee guida  per  le  procedure  inerenti  le  pratiche  radiologiche clinicamente sperimentate. Le linee guida, in attuazione delle previsioni dell’art. 6 comma 1 del decreto legislativo n. 187/2000, fissano i criteri di  riferimento per una migliore coordinazione tra la  prestazione sanitaria e la pratica radiologica, fornendo altresì raccomandazioni  e indicazioni operative ai medici prescriventi, nonché indicazioni utili a precisare funzioni e responsabilità, oltre che dei medici prescriventi, anche del medico radiologo, del TSRM e del fisico medico.

 

Il testo dell’appendice, nella parte relativa al consenso informato e al consenso implicito

La Appendice 2, allegata al Comunicato, è intitolata “Principi generali sul consenso informato” e merita di essere riportata per esteso:

 “Acquisire il consenso per un qualsiasi trattamento diagnostico (o terapeutico) rappresenta tipicamente un «atto medico», che come tale deve essere preceduto dalla raccolta accurata delle informazioni anamnestiche necessarie per confermarne indicazioni, accertarne controindicazioni, e valutarne necessità e appropriatezza (art. 35 del Codice deontologico 2014 «L'acquisizione del consenso o del dissenso e' un atto di specifica ed esclusiva competenza del medico, non delegabile. Il medico non intraprende o prosegue in procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici senza la preliminare acquisizione del consenso informato o in presenza di dissenso informato»). Il consenso informato pone il suo fondamento sul diritto, costituzionalmente garantito, di autonomia di scelta del paziente sul sottoporsi o meno a un trattamento sanitario. Elemento essenziale e sostanziale per una scelta libera e' rappresentato dalla preventiva corretta e adeguata informazione sull'indicazione/necessita' del trattamento, rischi e vantaggi dello stesso, rischi e vantaggi di possibili procedure alternative, e conseguenze prevedibili della mancata/ritardata esecuzione del trattamento, al fine di poter liberamente, autonomamente e consapevolmente esercitare la scelta se sottoporsi o meno al trattamento, ritenuto dal medico prescrivente appropriato, e, nel caso di accertamenti radiologici, giustificato. Il dovere di informare riveste per il medico prescrivente un obbligo fondamentale, tale da assumere il carattere di un dovere autonomo rispetto alla stessa colpa professionale, potendo persino prescindere dalla stessa sul piano delle possibili conseguenze negative a livello giudiziario. A parte il criterio generale presente nella legge n. 145/2001, che ha recepito la Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina (cui non hanno fatto seguito disposizioni regolamentanti), non esiste una disciplina specifica di riferimento, se non i numerosi riferimenti giurisprudenziali delle Corti di Merito. Si ritiene pertanto necessario fornire precise indicazioni con le presenti linee guida, al fine di evitare inutili appesantimenti formali e burocratici, con acquisizione di moduli prestampati di autorizzazione recanti in calce la firma dell'interessato per ogni singolo trattamento diagnostico e terapeutico attuato in caso di ricovero ospedaliero, che sul piano delle responsabilita' non rappresentano un elemento sufficiente di per sé a comprovare che il consenso al trattamento diagnostico sia stato effettivamente reso in maniera consapevole e informata da parte del paziente. Per ridimensionare e ridurre tale prassi burocratica appare opportuno individuare in maniera chiara gli esami diagnostici radiologici che, in regime di ricovero, per la loro ordinarietà' e routinarietà', quali indagini elettive generalmente conosciute, ridotta invasività, basso livello di esposizione, possono ritenersi universalmente conosciute rispetto alle principali indicazioni, e per le quali il consenso si possa ritenere implicito, senza ulteriori formalizzazioni rispetto al semplice atto di essersi sottoposti volontariamente all'esame, nel corso del ricovero. Si sottolinea che anche tale forma di consenso implicito richiede necessariamente la dimostrazione oggettiva che le necessarie informazioni per poter esercitare una scelta consapevole da parte del ricoverato sul sottoporsi o meno alla procedura siano state correttamente fornite dal medico prescrivente dell'esame radiologico, che deve aver preventivamente valutata la giustificazione e l'appropriatezza prescrittiva dell'esame, nel rispetto delle linee guida nazionali sotto la propria responsabilita'. Occorrerà pertanto l'acquisizione in forma scritta in cartella clinica delle informazioni fornite, corredate da firma autografa del ricoverato, apposta per presa visione delle informazioni, e del medico che raccoglie l'anamnesi”.

 

La figura del “consenso implicito”.

Nella parte finale dell’Appendice emerge il riferimento ad un particolare tipo di consenso, per gli esami diagnostici radiologici in caso di ricovero.

Tale consenso, qualificato “implicito”, non prevederebbe ulteriori formalizzazioni oltre al semplice atto del paziente di sottoporsi volontariamente all’esame radiologico.

Il consenso implicito avrebbe il fine di ridurre l’aggravio burocratico e di superare una prassi che ha prodotto una modulistica analitica e tuttavia non sempre adeguata.

Il consenso implicito, tuttavia, così come appare modellato, non dà l’impressione di semplificare le cose; e, soprattutto, non è agevole identificarlo come “semplice atto di sottoporsi volontariamente all’esame radiologico”.

 

Presupposti, forma, requisiti del consenso implicito: profili interpretativi.

Al di là del lodevolissimo intento semplificatore, l’interpretazione di quanto dispongono le linee-guida non è agevole.

Nella formulazione letterale (in tema di consenso implicito) vanno anzitutto evidenziati tre punti:

  • La tipologia degli esami: il consenso implicito è ammesso per “gli esami diagnostici radiologici che, in regime di ricovero, per la loro ordinarietà' e routinarietà', quali indagini elettive generalmente conosciute, ridotta invasività, basso livello di esposizione, possono ritenersi universalmente conosciute rispetto alle principali indicazioni”.
  • La definizione del consenso implicito: il consenso implicito è il consenso inducibile dal “semplice atto di essersi sottoposti volontariamente all'esame” (ma, come risulta dal punto successivo, tale “semplice atto” deve essere supportato da contenuti tipici e forma scritta).
  • La forma del consenso implicito: le linee-guida parlano di “acquisizione in forma scritta in cartella clinica delle informazioni fornite, corredate da firma autografa del ricoverato, apposta per presa visione delle informazioni, e del medico che raccoglie l'anamnesi (quindi: verbalizzazione, in cartella clinica, delle informazioni fornite; sottoscrizione della verbalizzazione da parte del ricoverato, apposta per presa visione delle informazioni fornite; sottoscrizione da parte del medico che raccoglie l’anamnesi).

Fin qui, tutto abbastanza chiaro, ma occorre considerare a parte un punto ulteriore:

  • La “dimostrazione oggettiva” delle informazioni fornite dal medico prescrivente. “Tale forma di consenso implicito richiede necessariamente la dimostrazione oggettiva che le necessarie informazioni per poter esercitare una scelta consapevole da parte del ricoverato sul sottoporsi o meno alla procedura siano state correttamente fornite dal medico prescrivente dell'esame radiologico, che deve aver preventivamente valutata la giustificazione e l'appropriatezza prescrittiva dell'esame, nel rispetto delle linee guida nazionali sotto la propria responsabilità”. Orbene, questa “dimostrazione oggettiva” come si concreta e come si documenta? È un mero presupposto del “semplice atto di sottoposizione all’esame”, oppure è un elemento che si proietta anche nella forma dell’atto? In questo secondo caso, dovrebbe avere riscontro nelle “informazioni fornite” di cui occorre far menzione in cartella clinica, ma ciò presupporre un atto a monte da parte del medico prescrivente, nel qual caso il cosiddetto consenso implicito perderebbe ulteriormente la sua caratteristica di “semplice atto di sottoposizione alla prova”. Altrimenti, una domanda è inevitabile: come si configura e dove si colloca, concretamente, la “dimostrazione oggettiva che le necessarie informazioni per poter esercitare una scelta consapevole da parte del ricoverato sul sottoporsi o meno alla procedura siano state correttamente fornite dal medico prescrivente”?  

In definitiva, la figura del consenso implicito nasce da una esigenza di semplificazione che è rilevante e diffusa, e la strada imboccata è promettente; tuttavia, è innegabile che qualche ulteriore chiarimento potrebbe giovare.


 

Il fatto. Tizio, medico di continuità assistenziale, interviene presso l’abitazione di Caio. Avendo rilevato una sintomatologia di “dolore toracico retrosternale con irradiazione al braccio bilateralmente”, diagnostica, erroneamente, una patologia gastrica. Tizio, perciò, non dispone l’immediato ricovero di Caio, il quale decede poche ore dopo a causa di una sindrome coronarica acuta. 

Le norme.

- Art. 589 c.p., Omicidio colposo: “Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito...”.

- Art. 3 comma 1 della Legge n. 189/2012 [cd. Legge Balduzzi]: “L'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve...”. 

Il Primo grado. Tizio, in sede di giudizio abbreviato, viene assolto dal delitto di omicidio colposo, per irrilevanza dell’elemento soggettivo della colpa lieve, avendo l’imputato fatto affidamento su una diagnosi formulata pochi giorni prima sul paziente durante un ricovero in ospedale con analoga sintomatologia, la quale aveva portato a una diagnosi di sospetta colica addominale. 

Il Secondo grado. La sentenza di secondo grado riforma la sentenza di primo grado, censurando l’approccio metodologico che aveva posto in correlazione la condotta dell’imputato con quella tenuta dai medici del pronto soccorso alcuni giorni prima: il medico di continuità assistenziale era tenuto a svolgere una autonoma valutazione in base alla sintomatologia che presentava il paziente e che ben poteva indicare la sussistenza di una patologia cardiaca. 

La Corte di Cassazione. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45527/2015, cassa la sentenza di secondo grado, evidenziando come “le osservazioni della Corte di merito appaiono manifestamente illogiche laddove fondano la ritenuta colpevolezza dell’imputato sulla errata diagnosi dovuta ad imperizia nella autonoma valutazione della sintomatologia che presentava il paziente, senza però tener conto che il processo diagnostico parte da un’attività di anamnesi che comprende anche la conoscenza della storia clinica del paziente e, quindi, le precedenti terapie e ricoveri a cui è stato sottoposto”. Secondo la Corte di Cassazione, il giudice di primo grado aveva effettuato una corretta valutazione della incidenza della diagnosi dei medici del pronto soccorso sulla diagnosi effettuata dal medico di continuità assistenziale, il quale aveva prestato, seguendo tale diagnosi, osservanza alle linee guida accreditate dalla comunità scientifica.


 

La Tecnologia ha ormai un ruolo centrale all’interno del mondo della Sanità.

Tale percezione si concreta, e assume maggiore evidenza, prendendo atto del consistente sviluppo dei dispositivi tecnologici indossabili e delle App mediche scaricabili dai principali store digitali, le quali permettono di tenere sotto controllo la propria salute in modo costante.

E’ di questi giorni l’enfasi mediatica riguardante un piccolo biosensore da posizionarsi sotto pelle, realizzato presso il Politecnico Federale di Losanna, tramite il quale sarà possibile misurare dati riguardanti il colesterolo, la glicemia, il livello di farmaci nel sangue (e altro ancora). I risultati verranno trasmessi allo specialista, tramite smartphone, in tempo reale, permettendogli di monitorare a distanza lo stato di salute del paziente.

Parimenti in questi giorni, inoltre, all’Ospedale Molinette di Torino un epatologo visiterà un paziente affetto da cirrosi per la prescrizione di nuovi farmaci antivirali per l’epatite da virus C e un gastroenterologo lo accompagnerà nella sala semintensiva dove vengono ricoverati i pazienti con grave insufficienza epatica prima del trapianto. Tutto ciò sarà condiviso con altri 25 medici grazie al supporto da remoto tramite i Google Glass, occhiali “a realtà aumentata” dotati di display ad alta definizione montato su lente.

Già utilizzati per interventi chirurgici, i Google Glass non sono ancora impiegati nella clinica medica. L’utilizzo in tal senso aumenterà in modo esponenziale l’efficienza e l’efficacia della attività dei medici, permettendo a coloro che si trovano distanti di vedere e sentire ciò che si vede e si sente in loco, evitando sprechi di tempo e consentendo ai partecipanti di condividere manovre ed esperienze anche fuori dall’Ospedale.


 

La massima. La Corte di Cassazione, nella sentenza 14630/2015, afferma che “il nesso di causalità rappresenta la relazione probabilistica e concreta (svincolata da elementi soggettivi) tra un determinato comportamento e il determinato danno che ne consegue; mentre tutto ciò che attiene alla dimensione comportamentale (soggettiva) - come, ad esempio, la capacità di previsione e prevenzione del danno - inerisce alla sfera della colpevolezza.

Il fatto. Una paziente, a seguito di risonanza magnetica, effettuata presso una Usl, apprende di essere affetta da microadenoma ipofisiario nella emiporzione destra della ghiandola, con conseguente galattorrea e alterazione del ciclo mestruale. Tale patologia viene seguita dai sanitari appartenenti all’Istituto Fisioterapico Ospedaliero, i quali consigliano alla paziente di sottoporsi ad un intervento di escissione del microadenoma, nella prospettiva (da lei rappresentata) di una seconda gravidanza. La paziente viene così sottoposta ad intervento chirurgico per la asportazione transfenoidale del microadenoma e dimessa il giorno seguente l’intervento. Nella relazione di dimissione viene evidenziata l'insorgenza post-operatoria di un diabete insipido. In aggiunta a tale disturbo, che persiste, viene diagnosticata alla paziente, a seguito della seconda gravidanza, una tireopatia.

La pretesa risarcitoria. A giudizio del consulente medico-legale della paziente, i postumi insorti sono da ricondurre all'errore compiuto dal medico chirurgo nell'esecuzione dell'intervento chirurgico di escissione del microadenoma, non essendo stato completamente asportato il microadenoma ed essendo stata lesa una parte di tessuto sano; la paziente chiede pertanto -  nei confronti del medico chirurgo che aveva effettuato l’intervento,  e nei confronti dell’Istituto Fisioterapico Ospedaliero - il risarcimento del danno biologico (nella misura del 35%) e del danno patrimoniale.

Il Primo grado. Il Tribunale accoglie la domanda risarcitoria della paziente.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello, in riforma della pronuncia del Tribunale, accoglie i gravami proposti dal medico chirurgo e dall’Istituto Fisioterapico Ospedaliero, rigettando la domanda risarcitoria della paziente.

La Corte di Cassazione. La Corte di Cassazione conferma la sentenza di secondo grado. La Corte evidenzia come l’impianto motivazionale adottato dai giudici d’Appello sia corretto, avendo essi ritenuto, in modo conforme alle risultanze degli accertamenti peritali, che, “pur trovandosi il danno lamentato dalla paziente in indiscutibile rapporto causale con l'intervento chirurgico, non è configurabile una condotta colposa in capo al medico chirurgo, a carico del quale non sono emerse note di imperizia, imprudenza o negligenza, e al quale non sono ascrivibili errori tecnici nella scelta e nella esecuzione dell'operazione”.

COMMENTO. La massima della Cassazione, riferita qui sopra, presenta un profilo di banalità e un profilo di interesse.

Il profilo di banalità consiste nella sua assoluta evidenza. La massima, infatti è palesemente conforme alla strutture delle norme giuridiche e ai principi generali del diritto: non sarebbe possibile dubitare che gli elementi di una fattispecie hanno una loro individualità e vanno accertati separatamente. Quindi, in tema di fatto illecito, l’elemento oggettivo del fatto, l’elemento oggettivo del danno, l’elemento oggettivo del nesso causale tra fatto e danno, l’elemento soggettivo della colpevolezza, la valutazione giuridica circa l’ingiustizia del danno, sono da accertare separatamente (senza che l’uno possa esonerare dall’accertamento di un altro). Tutto ineccepibile.

Il profilo di interesse sta nella evidenza del principio: richiamarlo specificamente significa conferirgli enfasi, per affidargli la funzione di un messaggio attenzionale. Anche senza volersi avventurare in “dietrologie” che in campo tecnico sarebbero fuori luogo, la massima della Corte di Cassazione è un forte richiamo a ricordare che, anche in tema di responsabilità sanitaria, la priorità di tutela della persona non può far sì che una responsabilità soggettiva venga trasformata in una responsabilità oggettiva. Quindi: la causazione di un danno non basta a tradursi in risarcimento, ma occorre il concorso della “rimproverabilità”. È un richiamo più che corretto: è un giusto argine verso una deriva pericolosa (orientata ad estendere in modo abnorme l’area della risarcibilità).


 

I fatti (come rappresentati dagli organi di informazione). Il Ministero della Salute è in procinto di presentare un disegno di legge al fine di diminuire la prescrizione, da parte dei medici, di prestazioni sanitarie considerate inutili. Al momento, sono 208 i farmaci e gli esami a rischio di “inappropriatezza”. L’elenco è stato consegnato dal Ministro della Salute Lorenzin ai sindacati dei medici: farmaci per il colesterolo, esami di laboratorio in regime di screening, prestazioni odontoiatriche, test radiologici, etc. La ratio del provvedimento è legata al problema della cd. medicina difensiva, l’atteggiamento auto-protettivo che può portare il medico a eccedere in prescrizioni, al fine di tutelarsi in caso di richieste risarcitorie e denunce da parte di pazienti.

I fatti (come rappresentati dal Ministro della Salute). Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, alla luce di proteste sollevatesi dall’ambiente medico, ha rilasciato numerose dichiarazioni, soprattutto in riferimento alle sanzioni previste nel caso di prescrizione inutile. Secondo il Ministro: “Le sanzioni amministrative scatteranno dopo un eccesso reiterato di prescrizioni inappropriate e solo dopo un contraddittorio con il medico che dovrà giustificare scientificamente le sue scelte. Se non lo farà, solo allora scatterà la sanzione”. In merito agli esami “tagliati”, il Ministro sottolinea: “Non è che sono stati tagliati la risonanza magnetica o la Tac. Andiamoci piano. Si vuole avere un’appropriatezza della prescrizione diagnostica: ovvero che le persone siano indirizzate a fare le diagnosi che servono e non quelle che non servono. In Italia l’eccesso di prestazioni costa allo Stato 13 miliardi di euro l’anno, soldi che potrebbero essere invece ridistribuiti nel Servizio sanitario nazionale per garantire un accesso migliore, ad esempio, alla diagnostica oncologica. Ci sono dei protocolli che definiscono come e quando fare le prestazioni diagnostiche. Sono definiti dalle società scientifiche e rivisti insieme al Consiglio superiore di sanità in base alle buone prassi. Per questo abbiamo avuto un confronto con i sindacati. Dopo, il medico che prende in carico il paziente può anche decidere di derogare quando ritiene necessario e fare più analisi, ma deve motivarlo”.

I fatti (come rappresentati dai medici). Nettamente critica la dichiarazione di Costantino Troise (segretario nazionale Anaao Assomed): “Non è compito della politica definire i criteri dell’appropriatezza clinica invadendo l’autonomia e la responsabilità dei medici”. Sulla questione si è espresso anche Pierluigi Marini (vicepresidente dell’Associazione dei chirurghi ospedalieri): “Il problema della prescrizione di esami inutili esiste, l’abbiamo denunciato più volte come effetto della medicina difensiva. Nonostante questo, ora i medici si trovano nella situazione paradossale di dover pagare per tutti. La soluzione proposta dal Ministro Lorenzin, infatti, non è accettabile perché mette i medici, ed in particolar modo i chirurghi, tra due fuochi: quello del rischio del contenzioso legale, ormai insopportabile, e quello delle sanzioni per la prescrizione di esami inutili”. Tra le prese di posizione che sono state espresse (da medici) con toni cautamente adesivi nei confronti dell’orientamento ministeriale, va segnalata la posizione di Umberto Veronesi: “Certo è  che una pena sull’inappropriatezza non è la soluzione ideale, ma, se correttamente applicata, può essere una via d’uscita, una specie di mano tesa al medico per uscire dall’impasse della medicina difensiva che è, lo ripeto, una minaccia reale per la qualità del nostro sistema sanitario, che fino ad ora sta resistendo nella sua eccellenza, malgrado la situazione di obiettive difficoltà di gestione dei costi e dei fondi disponibili”. Verosimilmente, le esperienze politiche maturate dal Prof. Veronesi sia come Ministro, sia come Senatore, lo hanno orientato a esprimersi con connotazioni vicine alla impostazione ministeriale più che in consonanza con la attuale communis opinio di ambiente medico.

Un piccolo rebus: iniziativa ministeriale o iniziativa regionale? Un interrogativo (anche se di minore portata) può riguardare la individuazione della “volontà politica” a cui attribuire la paternità delle iniziative sanzionatorie nei confronti dei medici (qualora responsabili di “prescrizioni inappropriate”). Il Ministro, in proposito, ha dichiarato: “Le sanzioni io non le volevo, le hanno volute le Regioni”. Il Presidente della Conferenza delle Regioni ha lamentato, in tali parole, una scorrettezza; e tale lamentela ha trovato risonanza in dichiarazioni da parte di Assessori e Coordinatori regionali. In seguito a ciò, il Ministro Lorenzin ha precisato: “Governo e Regioni hanno scritto insieme, dopo profonda mediazione, il testo concordato”.

Tutela verso le liti temerarie. Preso atto delle valutazioni negative, da parte della generalità dei medici, nei confronti degli attuali contenuti del provvedimento in itinere, il Governo sta valutando (quasi “compensativamente”) di inserire nella Legge di stabilità alcune misure contro le liti  temerarie nei confronti dei medici (soprattutto alla luce del fatto che nel 97% dei casi le denunce - ma non le azioni civili - finiscono con un nulla di fatto). Secondo fonti interne all’Esecutivo, nel momento in cui verrà varata una normativa di tutela nei confronti delle liti temerarie, solo allora si affievolirà il ricorso ad attività di medicina difensiva.

I punti nodali, da precisare tecnicamente. Per ora, sia la normativa in itinere sia le proposte mediatrici sono ancora in fase di comprensibile dinamismo.  È quindi opportuno, per un giudizio più accurato, attendere il momento in cui, al di là delle dichiarazioni programmatiche, verranno messe a punto formulazioni tecnicamente più precise soprattutto in tema di: “eccesso reiterato”, inappropriatezza delle prescrizioni, procedure di contestazione con particolare riguardo alle forme del contraddittorio, modalità della “giustificazione scientifica”, tipologia delle sanzioni. Temi non da poco, tutti delicatissimi.

 


 

Nella giornata di sabato 19 settembre, presso la fondazione Croce di Torino, si è svolto un Convegno, organizzato dalla Associazione Auxilia Iuris in collaborazione con l’Istituto Torinese di Psicologia, avente ad oggetto la testimonianza dei minori nei processi di abuso.

Il Convegno si è svolto in conformità al seguente programma:

  • dott. Massimo Carpignano (Vicepresidente dell’Istituto Torinese di Psicologia, Neuropsichiatra infantile, Psicoterapeuta, Consulente giudiziario): “La perizia sull’attendibilità dei minori: condizioni e procedure per la loro attendibilità; l’audizione protetta
  • dott.ssa Sandra Recchione (Consigliere Corte di Cassazione): “Le testimonianze dei minori: presentazione di casi giudiziari
  • avv. Anna Ronfani (Avvocato penalista): “La prova dichiarativa e il contraddittorio
  • dott. Davide Perego (Criminologo, Psicopatologo forense, Neuroscienze cliniche e del comportamento, Docente presso il COESPU-NATO Comando Generale Arma dei Carabinieri): “Psicologia, neuropsicologia e testimonianza dei minori
  • dott.ssa Elena Macario Crussi (Socio ITP, Psicoterapeuta, Consulente giudiziario): “L’intervista ai minori: il metodo e i protocolli CBCA e SVA

I relatori – insieme ad avvocati, psicologi e altri professionisti presenti – hanno affrontato problematiche delicate e di attuale importanza per le rispettive materie di indagine.

Durante i lavori del Convegno è stata più volte richiamata la Carta di Noto, un documento nato dalla collaborazione interdisciplinare tra avvocati, magistrati, psicologi, psichiatri, criminologi e medici legali dopo l’incontro “Abuso sessuale sui minori e processo penale”, tenutosi a Noto il 9 giugno 1996, e contenente le linee guida deontologiche per gli psicologi forensi.

La Carta di Noto, aggiornata nel 2002 e nel 2011, prendendo atto dell’introduzione di nuove normative, dei progressi della ricerca scientifica e del costante aggiornamento delle figure professionali coinvolte, specifica in concreto le modalità per la conduzione dell'audizione del minore e le modalità attraverso le quali può svolgersi la perizia per la valutazione della “attendibilità” e della “credibilità” del minore.

Il Convegno si è chiuso con un articolato dibattito, con chiarimenti e integrazioni sulle tematiche delle relazioni. I partecipanti hanno espresso apprezzamenti sulla feconda occasione di incontro, auspicando future collaborazioni per accrescere le reciproche conoscenze e capacità professionali.

Allegato: la Carta di Noto - edizione 2011

 


 

I fatti (come rappresentati dai migliori siti informativi). Durante un volo della Etihad Airlines da Abu Dhabi a Sydney, il passeggero A viene fatto sedere accanto al passeggero B. Quest’ultimo, afflitto da notevole sovrappeso e da forte tosse, tossisce con frequenza e con fuoriuscita di fluido dalla bocca. Trascorse cinque ore dalla partenza, il passeggero A, costretto ad assumere posture improprie per fronteggiare il disagio proveniente dal vicino (con peculiare riferimento alla emissione di fluidi), chiede al personale di bordo di poter cambiare il proprio posto, ma non viene accontentato. Dopo trenta minuti dalla infruttuosa richiesta, il passeggero A, in seguito a ulteriori lamentele, viene trasferito su un sedile riservato all’equipaggio; sedile che in seguito deve però abbandonare, “per ragioni di sicurezza”, tornando al posto precedente per rimanervi più di due ore (sino alla fine del viaggio).
Il passeggero A, a seguito di ciò - e, specificamente, adducendo le posture improprie assunte sul sedile per fronteggiare il disagio proveniente dal passeggero B - lamenta di aver subìto un aggravamento di precedenti lesioni alla schiena e di averne riportate di nuove.

Il passeggero A chiede dunque, alla compagnia aerea, un risarcimento di 227mila dollari australiani (pari a 160mila euro). NB: l’informazione si limita alla richiesta risarcitoria nei confronti della compagnia, e nulla risulta, per ora, circa altri rapporti o circa l’esito della richiesta.

I fatti (come rappresentati nell’ottica giornalistica corrente). La rappresentazione giornalistica si è focalizzata per lo più su due elementi, esposti in breve enunciazione: un passeggero si è trovato a dover viaggiare accanto a una persona obesa con forte tosse; a seguito di ciò, ha chiesto un cospicuo risarcimento.

Un commento (dal “cercatore di felicità” al “cacciatore di risarcimento”). L’episodio qui riferito presenta, senza dubbio, vari profili di interesse giuridico: Per esempio: quali diritti sono stati lesi nei confronti del passeggero A? Si tratta di lesioni contrattuali, oppure, nel contempo, si tratta di lesioni ai diritti della persona? Inoltre, chi ha leso tali diritti? Solo la compagnia (non garantendo al passeggero l’insediamento spettante) oppure vi è un concorso da parte del passeggero B (che può aver contribuito alla configurazione del fattore causale)? Infine, di quali danni si tratta? Si tratta di danni alla salute, o anche al benessere e all’agio del viaggio?
Ma non è su tali quesiti che si localizza l’interesse principale della notizia. L’interesse maggiore sta nel fatto che la gran parte dei giornali ha costruito la notizia presentandola in termini di “fatto curioso”, grosso modo nei termini seguenti: se si viaggia accanto a una persona obesa che, per di più, continua a tossire, c’è chi chiede il risarcimento del danni. Di quali danni si tratti, nelle rappresentazioni giornalistiche non emerge; cosicché, in mancanza di informazione circa l’aggravarsi e l’aggiungersi delle lesioni alla schiena, la percezione più immediata è che il danno sia consistito nel disagio di aver viaggiato così sgradevolmente.

In tale rappresentazione nulla di grave, ovviamente, trattandosi di una informazione limitata e, soprattutto, condizionata dalla natura del “pezzo giornalistico” (breve cronaca di “costume”). Tuttavia, tale semplificazione si traduce facilmente in una percezione sottesa: le persone hanno diritto a vivere tranquille e serene, cosicché ogni vulnus (grande o piccolo) può stare a fondamento di una pretesa risarcitoria (e ormai, verosimilmente, ci si muove in tal senso).
Traspare dunque, dal modo in cui l’episodio è rappresentato, l’idea che una condizione edenica sia concretamente “spettante” nella sua pienezza. Idea iperbolica, ovviamente, ma che vanta solide radici anche in fonti autorevoli e inaspettate: si pensi, per esempio, alla canonizzazione della “felicità” nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti (“a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”).

Ciò che sta accadendo, oggi, è tuttavia una stravolgimento di tale profonda aspirazione: e la deformazione si consolida in un percorso ideologico secondo cui ogni vulnus è innaturale ed è sempre colpa di qualcuno. E così ne viene una morale spicciola, tanto semplice quanto perniciosa: “se ti accade qualcosa che non va, la prima mossa da fare è cercare il cattivo soggetto che ti debba risarcire”.
I Professionisti in genere, e i medici in particolare, conoscono molto bene una mentalità di tal fatta, ne sperimentano le criticità e talvolta ne pagano le conseguenze.


 

La Cassazione, riferendosi all’art. 1 della Legge n. 164 del 1982 (secondo cui la rettificazione degli atti anagrafici può ottenersi “a seguito di intervenute modificazioni dei caratteri sessuali”) ha ritenuto che la rettificazione possa chiedersi non solo per intervenute modificazioni dei caratteri sessuali primari, ma anche (cumulativamente o alternativamente) per intervenute modificazioni dei caratteri sessuali secondari.