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Il fatto. Una neonata, in conseguenza delle lesioni subite in occasione del parto, accusa una tetraparesi e una grave insufficienza mentale, causate da asfissia perinatale.

Il Primo grado. I genitori, in qualità di rappresentanti della figlia minore, chiedono ai medici intervenuti e alla struttura il risarcimento dei danni subiti, asserendo una inadeguata assistenza al parto e un inidoneo trattamento post-natale. Il Tribunale rigetta le domande.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza del Tribunale.

La Corte di Cassazione. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, la decisione della Corte d’Appello è censurabile laddove ha motivato in rapporto alla carenza di annotazioni, in cartella clinica, per la durata di sei ore. La motivazione è censurabile laddove a fronte di un vuoto di ben sei ore nelle annotazioni della cartella clinica, ha ritenuto di condividere l'ipotesi - formulata dai consulenti d'ufficio - che la neonata non potesse essere stata lasciata senza assistenza e non avesse avuto problemi”. Secondo la Corte di Cassazione “non può sfuggire, infatti, l'irriducibile antinomia esistente fra la constatazione della carenza delle annotazioni e l'affermazione della plausibilità dell'ipotesi che - ciononostante - la neonata fosse stata ben monitorata”. Considerato che l’errore motivazionale della Corte d’Appello attiene a un passaggio centrale del percorso argomentativo della decisione impugnata, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei genitori della minore, cassa la sentenza impugnata e la rinvia ad altra Corte d’Appello, per un nuovo esame della controversia.


 

Il fatto. Un minore, presentando sintomi di orchiepididimite (da ricondursi a ischemia dei tessuti del testicolo e dell’epididimo), viene ricoverato in Ospedale. Il paziente viene affidato alle cure di un medico, il quale, non ritenendo urgente una operazione, interviene chirurgicamente dopo tre anni. Il minore, al momento dell’intervento, presenta atrofia del testicolo (che viene asportato) e infertilità.

Il Primo grado. I genitori, in qualità di rappresentanti del figlio minore, chiedono al medico il risarcimento dei danni subiti, asserendone la colpevolezza circa il ritardo con cui l’intervento è stato effettuato. Il Tribunale rigetta la domanda nei confronti del medico.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza del Tribunale.

La Corte di Cassazione. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, la motivazione della Corte d’Appello, relativamente alla colpevolezza del medico, non è censurabile, in quanto i giudici di secondo grado avrebbero “chiaramente lasciato intendere il fondamento della propria decisione: e cioè l’esclusione del nesso di causa tra l’opera del medico e il danno, ritenendo che quando il paziente si presentò per la prima volta al medico, la funzionalità dell’organo era già compromessa irrimediabilmente. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei genitori del minore nei confronti del medico, confermando la sentenza di secondo grado.


 

Il fatto. La Signora ..., affetta da miopia corretta da lenti, “attratta da notizie di completa guarigione da tale affezione”, si sottopone a un intervento di cheratotomia radiale all’occhio destro, con ritocco di analogo intervento -  effettuato in precedenza - all’occhio sinistro. Dopo l’iniziale beneficio, la Signora ha un peggioramento delle condizioni visive dovuto a varie complicanze (comparsa di astigmatismo, tendenza alla ipermetropizzazione, fluttuazione diurna della visione, astenopia, insorgenza di cataratta), le quali comportano un residuo visivo di 2/10 in occhio destro e di 3/10 in occhio sinistro, con uno stato di invalidità permanente del 60%.

Il Primo grado. La Signora ... chiede, al medico e alla struttura sanitaria, il risarcimento dei danni subiti, asserendo di non essere “stata adeguatamente informata dal medico sulla natura e i rischi dell’intervento, a cui non si sarebbe sottoposta se fosse stata informata della insorgenza delle intervenute complicanze”. Il Tribunale rigetta la domanda di risarcimento.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza del Tribunale. I giudici ribadiscono quanto già affermato dal Tribunale, ritenendo sufficiente, per una adeguata informazione, il depliant consegnato dal medico alla paziente nel corso della visita prima dell’intervento, che, relativamente alla fase post intervento, elencava una serie di “fastidi, più o meno transitori, rientranti nella normalità”. Secondo la valutazione del CTU, infatti, le complicanze lamentate dalla Signora erano certamente “eventi possibili di rilevanza statistica anche in interventi eseguiti, come quello in esame, correttamente”.

La Corte di Cassazione. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, la motivazione della Corte d’Appello è censurabile laddove ha erroneamente ritenuto completa l’informazione fornita dal medico alla paziente tramite il depliant, anche per ciò che atteneva alle conseguenze pregiudizievoli dell’intervento. Una valutazione di completezza, secondo la Corte di Cassazione, in evidente contraddizione con l’effettiva portata informativa dell’opuscolo consegnato alla Signora.

I giudici della Corte di Cassazione sottolineano come “Il consenso deve essere pienamente consapevole e completo, ossia deve essere informato, dovendo basarsi su informazioni dettagliate fornite dal medico, ciò implicando la piena conoscenza della natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative. A tal riguardo, si è puntualizzato che non adempie all’obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato il medico il quale ritenga di sottoporre al paziente, perché lo sottoscriva, un modulo del tutto generico, da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni”.

La Corte di Cassazione evidenzia, inoltre, come non assuma alcun rilievo il fatto che la paziente si fosse già sottoposta, alcune settimane prima, ad analogo intervento (e avrebbe perciò già dovuto conoscerne le conseguenze pregiudizievoli), in quanto “ciò non esimerebbe il medico che interviene successivamente ad acquisire il consapevole, completo ed effettivo consenso del paziente tramite una rinnovata informazione sulla prestazione medica che si va ad effettuare”.

La Corte di Cassazione, dopo aver ribadito tali principi, cassa la sentenza della Corte d’Appello e la rinvia ad altra Corte, la quale “dovrà procedere ad una nuova e preliminare delibazione in ordine alla sussistenza del consenso informato della paziente all’intervento di cheratotomia radiale”.


 

Martedì 16 febbraio 2016 inizierà al Senato, presso la Commissione Igiene e Sanità, l'esame del DDL Gelli - "Disposizioni in materia di responsabilità professionale del personale sanitario".

Si riporta la Nota Breve del Servizio Studi del Senato relativa al DDL in esame.


 

E’ stato approvato alla Camera dei Deputati il DDL Gelli in materia di responsabilità professionale del personale sanitario. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. 

Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin definisce il DDL “un risultato storico, una svolta nella lotta alla medicina difensiva perché assicura l’equilibrio tra la tutele dei medici, che hanno bisogno di svolgere il loro delicato compito in serenità, e il diritto dei cittadini dinanzi ai casi di malasanità”.
Il Ministro aggiunge: “Cambia la responsabilità del medico sia da un punto di vista penale, poiché il medico non sarà più responsabile neppure per colpa grave se rispetta le linee guida, che civile, prevedendosi la natura extracontrattuale della responsabilità dei medici non liberi professionisti con conseguente inversione dell’onere della prova e dimezzamento del termine di prescrizione; viene, inoltre, introdotta l’azione diretta nei confronti dell’assicurazione; il tentativo obbligatorio di conciliazione pone un freno al proliferare dei contenziosi giudiziari; viene limitata, da un punto di vista della quantificazione, l’azione di rivalsa della struttura sanitaria nei confronti del medico; viene creato un fondo di garanzia per le vittime di malasanità”.

Per quanto attiene alla responsabilità professionale (penale e civile), sono due gli articoli fondamentali.

 

Art. 6 - Responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria:

“Dopo l’articolo 590-bis del codice penale è inserito il seguente:

ART. 590-ter. – (Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario) –

L’esercente la professione sanitaria che, nello svolgimento della propria attività, cagiona a causa di imperizia la morte o la lesione personale della persona assistita risponde dei reati di cui agli articoli 589 e 590 solo in caso di colpa grave.

Agli effetti di quanto previsto dal primo comma, è esclusa la colpa grave quando, salve le rilevanti specificità del caso concreto, sono rispettate le buone pratiche clinico-assistenziali e le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge”.

 

Art. 7 - Responsabilità della struttura e dell’esercente la professione sanitaria per inadempimento della prestazione sanitaria:

“La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose.

La disposizione di cui al comma 1 si applica anche alle prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria ovvero in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale nonché attraverso la telemedicina.

L’esercente la professione sanitaria di cui ai commi 1 e 2 risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile”.

 

Alcune tra le altre novità:

Assicurazioni. Il Ministero dello Sviluppo Economico, tramite decreto, individuerà i requisiti minimi e le caratteristiche di garanzia per le polizze assicurative delle strutture sanitarie. Tali requisiti dovranno essere individuati altresì per le forme di autoassicurazione e per altre analoghe misure di assunzione diretta del rischio. In caso di cessazione definitiva dell’attività professionale dovrà essere previsto un periodo di ultrattività della copertura per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta entro i dieci anni successivi alla cessazione e riferite a fatti verificatisi nel periodo di operatività della copertura.

Azione di rivalsa: solo per dolo e colpa grave. L’azione di rivalsa, da parte delle strutture sanitarie, nei confronti dell’esercente la professione sanitaria potrà essere esercitata esclusivamente per dolo e colpa grave. 

Azione di rivalsa: riservata al giudice ordinario.  L’azione di rivalsa nei confronti dell’esercente la professione sanitaria deve essere esercitata dinanzi al giudice ordinario ed è esclusa la giurisdizione della Corte dei conti. 

Linee guida. Le linee guida hanno la valenza di “raccomandazione” per gli esercenti la professione sanitaria. Dovranno essere indicate dalle società scientifiche e dagli istituti di ricerca individuati con decreto del Ministro della Salute e iscritte in un apposito elenco, per essere successivamente inserite nel “sistema nazionale linee guida” e pubblicate sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità.

Medici di medicina generale. La responsabilità di tipo extracontrattuale, con conseguente ribaltamento dell’onere della prova e prescrizione quinquennale, viene estesa anche ai medici di medicina generale.

Risk management. Il ruolo di coordinamento del risk management potrà essere svolto anche dai medici legali e da altro personale dipendente delle strutture sanitarie con adeguata formazione ed esperienza almeno triennale.


 

Sono stati resi noti i primi risultati emersi dalle indagini condotte dagli Ispettori ministeriali, inerenti gli ospedali presso i quali, nelle scorse settimane, si sono verificate le morti di quattro partorienti. 

Gli Ispettori hanno analizzato la presenza di eventuali criticità di tipo organizzativo e clinico presso le quattro strutture: secondo quanto confermato dal Ministero della Salute, in tre ospedali su quattro sono emerse criticità ed errori procedurali nonché di comunicazione. 

L’unica eccezione è rappresentata dall’Ospedale Sant’Anna di Torino, dove hanno perso la vita Angela Nesta e la figlia Elisa, il quale “non sembra presentare, allo stato attuale delle conoscenze, elementi di inappropriatezza, relativamente alla gestione della complicanza, repentinamente occorsa, e che ha portato al decesso della signora e della neonata: pare infatti siano stati attuati tutti gli accertamenti necessari e tutte le manovre di emergenza sia per la rianimazione materna, sia neonatale”. La relazione degli ispettori, tuttavia, sottolinea la necessità che siano resi disponibili ‘protocolli diagnostico terapeutici assistenziali’ (PDTA) per la selezione delle donne da avviare al parto indotto e per la gestione delle donne con agitazione psico-motoria in pre-partum. 

Per quanto riguarda il Presidio Ospedaliero Spedali Civili di Brescia, dove ha perso la vita Giovanna Lazzari, gestante all’ottavo mese di gravidanza, l’esame della documentazione clinica, “ha mostrato un certo disallineamento rispetto ai colloqui intercorsi con il personale dell’ospedale coinvolto nei fatti ed alla prima relazione sintetica (fornita dalla Direzione aziendale), e ha fatto emergere alcuni aspetti di criticità sia di carattere organizzativo, sia clinico”. Dal punto di vista organizzativo, riportano gli ispettori, “è necessario predisporre e diffondere procedure che permettano una chiara definizione del percorso assistenziale e delle responsabilità ad esso connesso. È emersa inoltre la necessità di migliorare la valutazione delle condizioni di rischio potenzialmente presenti in gravidanza e al momento del ricovero, con particolare riferimento alla problematica delle infezioni, nonchè la necessità dell’aderenza a linee guida sul trattamento della sepsi, trattandosi di patologia ad elevata letalità e le cui probabilità di sopravvivenza sono anche tempo-dipendenti”.

In merito al caso di Marta Lazzarin, la donna deceduta al settimo mese di gravidanza all’Ospedale San Bassiano di Bassano del Grappa, “la gestione dell’emergenza, su un piano comunicativo, non è stata adeguata, creando forse delle aspettative nei familiari sull’esito delle cure. Da sottolineare la non adeguata gestione del dolore”. Da un punto di vista clinico, è emersa la necessità di aumentare negli operatori l’aderenza alle procedure relative alle condizioni di rischio che possono essere presenti in gravidanza, con particolare riferimento alla problematica delle infezioni: la letalità della patologia, anche a seguito di una corretta gestione terapeutica, rimane elevata. “Peraltro - ammettono gli ispettori - è stata somministrata terapia antibiotica iniziale appropriata al quadro di infezione sospettato”. 

Infine, circa l’Ospedale G. Fracastoro di San Bonifacio, Azienda ULSS N. 20 di Verona, in merito al caso di Anna Massignan, sulla base della documentazione, dei colloqui intercorsi con il personale coinvolto nei fatti, nonché dalla epicrisi (fornita dal Direttore della UOC di Ginecologia ed Ostetricia), “emergono alcuni aspetti di carattere organizzativo e clinico. Dal punto di vista organizzativo, in considerazione del fatto che il processo assistenziale travaglio/parto/nascita, anche in situazioni fisiologiche, è tempo dipendente, è necessario predisporre e diffondere procedure che permettano una chiara definizione del percorso assistenziale e delle responsabilità ad esso connesso. Da un punto di vista clinico, è emersa la necessità di predisporre e diffondere procedure che permettano la valutazione delle condizioni di rischio potenzialmente presenti in gravidanza e al momento del ricovero, con particolare riferimento alla problematica delle infezioni e della sepsi: infatti, trattandosi di patologia ad elevata letalità e le cui probabilità di sopravvivenza sono anche tempo-dipendenti, sono necessari identificazione precoce e monitoraggio continuo del quadro clinico, anche se l’esito positivo non è scontato. Le procedure e i protocolli presenti nel Punto Nascita vanno adattati alle condizioni cliniche: sotto questo profilo, la scelta del momento in cui effettuare il TC è cruciale al fine della sopravvivenza materno-fetale”.

 

Commento.

L’importanza della comunicazione nel rapporto di cura. È di particolare interesse quanto affermato dagli Ispettori per il caso di Bassano del Grappa: “la gestione dell’emergenza, su un piano comunicativo, non è stata adeguata, creando forse delle aspettative nei familiari sull’esito delle cure”. La sottolineatura del profilo comunicativo deriva dal fatto che i familiari della gestante, secondo quanto riportato dal loro legale, hanno sostenuto di essere stati più volte rassicurati, dal personale medico, circa le condizioni della parente.

Il testo degli ispettori, al di là del riferimento al caso concreto, è un messaggio di attenzione circa la odierna rilevanza del profilo comunicazionale. Al professionista sanitario, al giorno d’oggi, è richiesto che il bagaglio tecnico-scientifico, afferente al sapere medico, sia integrato da un bagaglio di sensibilità e conoscenze (psicologiche e relazionali) da applicare, in aderenza ai contesti, nel rapporto con il paziente e/o con i familiari, soprattutto nei casi in cui le condizioni del paziente peggiorano e si aggravano.

Le aspettative della pubblica opinione: il diritto alla salute come diritto alla guarigione. L’esigenza di una condotta adeguata - adeguata anche da un punto di vista comunicazionale -  è oggi rafforzata dalla evoluzione culturale che ha trasformato (talvolta in modo irrealistico) le aspettative di massa in tema di diritto alla salute.

La evidenza dei progressi scientifico-tecnologici, e la crescente tutela dei diritti della persona così come risulta a livello giuridico (a partire da norme costituzionali come quello dell’art 32 della Costituzione italiana), hanno determinato una percezione impropria del diritto alla salute, come se la salute fosse un risultato sempre conseguibile e sempre richiedibile (ad altri): cosicché, in caso di mancato conseguimento, il fattore causale porterebbe sempre a una colpevolezza.

Nel contempo, si è modificata anche la percezione del diritto alla cura: ovvio che il malato ha diritto ad essere curato (ed è altrettanto ovvio che questa formulazione è più corretta rispetto alla formulazione del ‘diritto alla salute’); tuttavia, la percezione di un diritto a stare bene, e a guarire se si è ammalati, ha fatto sì che il “diritto alla cura” venga inteso, frequentemente, come diritto a una cura risolutiva (anche quando, purtroppo, non ne sussistano le condizioni).

Tra l’altro, a proposito di questa trasformazione culturale, non è mancata qualche percezione autocritica persino all’interno della componente medica.  È interessante segnalare, in tal senso, che, già nel 1989, presso l’Università di Padova, all’interno di un corso avente ad oggetto i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, si affermava che: “Noi medici siamo responsabili di aver contribuito alla distorta concezione del diritto alla salute come sinonimo di diritto alla cura della malattia e di aver esageratamente enfatizzato il valore delle conquiste della medicina diagnostica e terapeutica sulla salute”.

Le esigenze attuali: opinione pubblica, e formazione medica. In rapporto al contesto attuale, diventano dunque essenziali due prospettive: corretta informazione dell’opinione pubblica (obiettivo invero difficile, considerando le attuali tendenze dei media); inoltre, sensibilizzazione e formazione in campo medico (proseguendo, del resto, un percorso virtuoso che è già in atto).


 

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 261 del 09.11.2015 sono state pubblicate le linee guida  per  le  procedure  inerenti  le  pratiche  radiologiche clinicamente sperimentate. Le linee guida, in attuazione delle previsioni dell’art. 6 comma 1 del decreto legislativo n. 187/2000, fissano i criteri di  riferimento per una migliore coordinazione tra la  prestazione sanitaria e la pratica radiologica, fornendo altresì raccomandazioni  e indicazioni operative ai medici prescriventi, nonché indicazioni utili a precisare funzioni e responsabilità, oltre che dei medici prescriventi, anche del medico radiologo, del TSRM e del fisico medico.

 

Il testo dell’appendice, nella parte relativa al consenso informato e al consenso implicito

La Appendice 2, allegata al Comunicato, è intitolata “Principi generali sul consenso informato” e merita di essere riportata per esteso:

 “Acquisire il consenso per un qualsiasi trattamento diagnostico (o terapeutico) rappresenta tipicamente un «atto medico», che come tale deve essere preceduto dalla raccolta accurata delle informazioni anamnestiche necessarie per confermarne indicazioni, accertarne controindicazioni, e valutarne necessità e appropriatezza (art. 35 del Codice deontologico 2014 «L'acquisizione del consenso o del dissenso e' un atto di specifica ed esclusiva competenza del medico, non delegabile. Il medico non intraprende o prosegue in procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici senza la preliminare acquisizione del consenso informato o in presenza di dissenso informato»). Il consenso informato pone il suo fondamento sul diritto, costituzionalmente garantito, di autonomia di scelta del paziente sul sottoporsi o meno a un trattamento sanitario. Elemento essenziale e sostanziale per una scelta libera e' rappresentato dalla preventiva corretta e adeguata informazione sull'indicazione/necessita' del trattamento, rischi e vantaggi dello stesso, rischi e vantaggi di possibili procedure alternative, e conseguenze prevedibili della mancata/ritardata esecuzione del trattamento, al fine di poter liberamente, autonomamente e consapevolmente esercitare la scelta se sottoporsi o meno al trattamento, ritenuto dal medico prescrivente appropriato, e, nel caso di accertamenti radiologici, giustificato. Il dovere di informare riveste per il medico prescrivente un obbligo fondamentale, tale da assumere il carattere di un dovere autonomo rispetto alla stessa colpa professionale, potendo persino prescindere dalla stessa sul piano delle possibili conseguenze negative a livello giudiziario. A parte il criterio generale presente nella legge n. 145/2001, che ha recepito la Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina (cui non hanno fatto seguito disposizioni regolamentanti), non esiste una disciplina specifica di riferimento, se non i numerosi riferimenti giurisprudenziali delle Corti di Merito. Si ritiene pertanto necessario fornire precise indicazioni con le presenti linee guida, al fine di evitare inutili appesantimenti formali e burocratici, con acquisizione di moduli prestampati di autorizzazione recanti in calce la firma dell'interessato per ogni singolo trattamento diagnostico e terapeutico attuato in caso di ricovero ospedaliero, che sul piano delle responsabilita' non rappresentano un elemento sufficiente di per sé a comprovare che il consenso al trattamento diagnostico sia stato effettivamente reso in maniera consapevole e informata da parte del paziente. Per ridimensionare e ridurre tale prassi burocratica appare opportuno individuare in maniera chiara gli esami diagnostici radiologici che, in regime di ricovero, per la loro ordinarietà' e routinarietà', quali indagini elettive generalmente conosciute, ridotta invasività, basso livello di esposizione, possono ritenersi universalmente conosciute rispetto alle principali indicazioni, e per le quali il consenso si possa ritenere implicito, senza ulteriori formalizzazioni rispetto al semplice atto di essersi sottoposti volontariamente all'esame, nel corso del ricovero. Si sottolinea che anche tale forma di consenso implicito richiede necessariamente la dimostrazione oggettiva che le necessarie informazioni per poter esercitare una scelta consapevole da parte del ricoverato sul sottoporsi o meno alla procedura siano state correttamente fornite dal medico prescrivente dell'esame radiologico, che deve aver preventivamente valutata la giustificazione e l'appropriatezza prescrittiva dell'esame, nel rispetto delle linee guida nazionali sotto la propria responsabilita'. Occorrerà pertanto l'acquisizione in forma scritta in cartella clinica delle informazioni fornite, corredate da firma autografa del ricoverato, apposta per presa visione delle informazioni, e del medico che raccoglie l'anamnesi”.

 

La figura del “consenso implicito”.

Nella parte finale dell’Appendice emerge il riferimento ad un particolare tipo di consenso, per gli esami diagnostici radiologici in caso di ricovero.

Tale consenso, qualificato “implicito”, non prevederebbe ulteriori formalizzazioni oltre al semplice atto del paziente di sottoporsi volontariamente all’esame radiologico.

Il consenso implicito avrebbe il fine di ridurre l’aggravio burocratico e di superare una prassi che ha prodotto una modulistica analitica e tuttavia non sempre adeguata.

Il consenso implicito, tuttavia, così come appare modellato, non dà l’impressione di semplificare le cose; e, soprattutto, non è agevole identificarlo come “semplice atto di sottoporsi volontariamente all’esame radiologico”.

 

Presupposti, forma, requisiti del consenso implicito: profili interpretativi.

Al di là del lodevolissimo intento semplificatore, l’interpretazione di quanto dispongono le linee-guida non è agevole.

Nella formulazione letterale (in tema di consenso implicito) vanno anzitutto evidenziati tre punti:

  • La tipologia degli esami: il consenso implicito è ammesso per “gli esami diagnostici radiologici che, in regime di ricovero, per la loro ordinarietà' e routinarietà', quali indagini elettive generalmente conosciute, ridotta invasività, basso livello di esposizione, possono ritenersi universalmente conosciute rispetto alle principali indicazioni”.
  • La definizione del consenso implicito: il consenso implicito è il consenso inducibile dal “semplice atto di essersi sottoposti volontariamente all'esame” (ma, come risulta dal punto successivo, tale “semplice atto” deve essere supportato da contenuti tipici e forma scritta).
  • La forma del consenso implicito: le linee-guida parlano di “acquisizione in forma scritta in cartella clinica delle informazioni fornite, corredate da firma autografa del ricoverato, apposta per presa visione delle informazioni, e del medico che raccoglie l'anamnesi (quindi: verbalizzazione, in cartella clinica, delle informazioni fornite; sottoscrizione della verbalizzazione da parte del ricoverato, apposta per presa visione delle informazioni fornite; sottoscrizione da parte del medico che raccoglie l’anamnesi).

Fin qui, tutto abbastanza chiaro, ma occorre considerare a parte un punto ulteriore:

  • La “dimostrazione oggettiva” delle informazioni fornite dal medico prescrivente. “Tale forma di consenso implicito richiede necessariamente la dimostrazione oggettiva che le necessarie informazioni per poter esercitare una scelta consapevole da parte del ricoverato sul sottoporsi o meno alla procedura siano state correttamente fornite dal medico prescrivente dell'esame radiologico, che deve aver preventivamente valutata la giustificazione e l'appropriatezza prescrittiva dell'esame, nel rispetto delle linee guida nazionali sotto la propria responsabilità”. Orbene, questa “dimostrazione oggettiva” come si concreta e come si documenta? È un mero presupposto del “semplice atto di sottoposizione all’esame”, oppure è un elemento che si proietta anche nella forma dell’atto? In questo secondo caso, dovrebbe avere riscontro nelle “informazioni fornite” di cui occorre far menzione in cartella clinica, ma ciò presupporre un atto a monte da parte del medico prescrivente, nel qual caso il cosiddetto consenso implicito perderebbe ulteriormente la sua caratteristica di “semplice atto di sottoposizione alla prova”. Altrimenti, una domanda è inevitabile: come si configura e dove si colloca, concretamente, la “dimostrazione oggettiva che le necessarie informazioni per poter esercitare una scelta consapevole da parte del ricoverato sul sottoporsi o meno alla procedura siano state correttamente fornite dal medico prescrivente”?  

In definitiva, la figura del consenso implicito nasce da una esigenza di semplificazione che è rilevante e diffusa, e la strada imboccata è promettente; tuttavia, è innegabile che qualche ulteriore chiarimento potrebbe giovare.


 

Il fatto. Tizio, medico di continuità assistenziale, interviene presso l’abitazione di Caio. Avendo rilevato una sintomatologia di “dolore toracico retrosternale con irradiazione al braccio bilateralmente”, diagnostica, erroneamente, una patologia gastrica. Tizio, perciò, non dispone l’immediato ricovero di Caio, il quale decede poche ore dopo a causa di una sindrome coronarica acuta. 

Le norme.

- Art. 589 c.p., Omicidio colposo: “Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito...”.

- Art. 3 comma 1 della Legge n. 189/2012 [cd. Legge Balduzzi]: “L'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve...”. 

Il Primo grado. Tizio, in sede di giudizio abbreviato, viene assolto dal delitto di omicidio colposo, per irrilevanza dell’elemento soggettivo della colpa lieve, avendo l’imputato fatto affidamento su una diagnosi formulata pochi giorni prima sul paziente durante un ricovero in ospedale con analoga sintomatologia, la quale aveva portato a una diagnosi di sospetta colica addominale. 

Il Secondo grado. La sentenza di secondo grado riforma la sentenza di primo grado, censurando l’approccio metodologico che aveva posto in correlazione la condotta dell’imputato con quella tenuta dai medici del pronto soccorso alcuni giorni prima: il medico di continuità assistenziale era tenuto a svolgere una autonoma valutazione in base alla sintomatologia che presentava il paziente e che ben poteva indicare la sussistenza di una patologia cardiaca. 

La Corte di Cassazione. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45527/2015, cassa la sentenza di secondo grado, evidenziando come “le osservazioni della Corte di merito appaiono manifestamente illogiche laddove fondano la ritenuta colpevolezza dell’imputato sulla errata diagnosi dovuta ad imperizia nella autonoma valutazione della sintomatologia che presentava il paziente, senza però tener conto che il processo diagnostico parte da un’attività di anamnesi che comprende anche la conoscenza della storia clinica del paziente e, quindi, le precedenti terapie e ricoveri a cui è stato sottoposto”. Secondo la Corte di Cassazione, il giudice di primo grado aveva effettuato una corretta valutazione della incidenza della diagnosi dei medici del pronto soccorso sulla diagnosi effettuata dal medico di continuità assistenziale, il quale aveva prestato, seguendo tale diagnosi, osservanza alle linee guida accreditate dalla comunità scientifica.