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L'incontro "I Medici danno i Numeri", tenutosi nella serata di mercoledì 28 settembre presso il Grand Hotel Sitea, ha visto la proficua partecipazione di circa 50 professionisti appartenenti a diverse categorie, animati da un forte spirito di confronto sul tema del Convegno: i numeri della Malasanità, in Italia e all'estero.

Medici, avvocati, giornalisti e assicuratori si sono scambiati esperienze, dati e statistiche, sul rapporto tra malpratica medica e contenzioso - civile e penale - nella realtà italiana e in quella europea.

Tra gli interventi meritano di essere menzionati i contributi del dott. Riba, dei giornalisti Marco Accossato (La Stampa), Luca Fiocchetti (Il Giornale) e Augusto Grandi (Il Sole 24 Ore) e del dott. Cifarelli (Cifarelli Insurance - UnipolSai).

Di seguito un breve video degli interventi sopracitati e l'articolo dedicato alla serata da Il Giornale, edizione del 30 settembre u.s.

 

Clicca qui per un breve video della serata

 

 


 

Il fatto.

Un medico, intervenendo - alla presenza di infermieri e altro personale - in una discussione tra una dottoressa e i genitori di un paziente ricoverato nel reparto di neurochirurgia, pronuncia una espressione ingiuriosa nei confronti della dottoressa; nella specie, le parole: "Ma vai... vai a casa".

Il motivo è il seguente: il paziente, secondo la dottoressa, era colpevole di essersi alzato imprudentemente dal letto, nonostante la diagnosi lo sconsigliasse. Il medico, al contrario, aveva già in precedenza autorizzato il paziente a muoversi. Egli aveva dunque ripreso la dottoressa, che in quel momento stava rimproverando i genitori del paziente.

La dottoressa, sentendosi offesa e discriminata, si costituisce parte civile nel procedimento penale a carico del medico, asserendolo colpevole del reato di ingiuria.



Il primo e il secondo grado.

Per il Giudice di Pace e il Tribunale, che assolvono il medico, il fatto non costituisce reato.

 

Commento dell'Avv. Enrico Tardy (foro di Torino) alla sentenza di Cassazione

La pronuncia della Cassazione in materia di Ingiuria, pur dichiarando inammissibile il ricorso proposto dalla parte civile, offre interessanti spunti di riflessione.

L’espressione considerata ingiuriosa dalla persona offesa, medico presso l’ospedale di Campobasso, proferita dal collega, è stata: “Ma vai... vai a casa”.

Premettendo che ad oggi, in ragione dell’intervenuta depenalizzazione, il reato di cui all’art. 594 cp costituisce esclusivamente illecito civile (d.lgs. n. 7 e 8 del 15/01/16), nel ripercorrere l’iter processuale, la Suprema Corte sottolinea come le censure del ricorrente siano state di mero fatto e non di diritto, sfociando dunque in una pronuncia di inammissibilità.

Nel merito, viene sottolineato come l’espressione sopra riportata rientri nell’ambito di un commento inopportuno e negativo, ma in sé non sconveniente né riprovevole.

Sul punto, la lettura degli accadimenti da parte del Tribunale così come del Giudice di Pace, è stata, a parere dello scrivente, benevola per l’imputato.

Dire ad un collega, di fronte ai parenti di un paziente, l’espressione “Ma vai... vai a casa” in ragione di un dissenso sul comportamento da suggerire al paziente potrebbe, in linea teorica, contenere gli elementi richiesti per l’integrazione del reato di ingiuria secondo il vecchio dettato del 594 cp: la presenza della persona che ha ricevuto l’ingiuria, l’aggravante della presenza di più persone, la lesione dell’onore (viene in qualche maniera denigrata la competenza professionale della dottoressa, dunque il suo onore e decoro), il dolo generico ossia l’animus iniuriandi.

Certamente il confine tra espressione inopportuna o riprovevole e quella ingiuriosa a volte si dimostra poco netto e di difficile individuazione, risultando di ausilio il contesto nel quale dette espressioni vengono proferite.


 

La vicenda è nota da tempo: migliaia di medici, attraverso azioni collettive, chiedono, allo Stato italiano, di poter fruire delle borse di studio che sono state loro negate - in violazione delle direttive UE - durante la frequenza della Scuola di specializzazione in Medicina, nel periodo compreso tra il 1978 e il 2006.

La Giurisprudenza è ormai consolidata nella direzione a favore dei medici ricorrenti, con il rischio, per lo Stato italiano, di essere condannato a risarcimenti complessivi di miliardi di euro.

Nell'ottica di prevenire un tale esborso economico da parte dello Stato, è stato presentato al Senato un DDL unificato che prevede un rimborso forfettario per i medici ricorrenti, pari a 11.000 euro (per annualità di specializzazione) per coloro i quali hanno frequentato la Scuola negli anni compresi tra il 1978 e il 1993; pari a 10.000 euro per i medici che hanno frequentato la Scuola nel periodo compreso tra il 1994 e il 2006.

Scendendo più nel merito della vicenda: scopriamo quali potrebbero essere gli scenari interpretativi in tema di prescrizione.

 

PRIMO SCENARIO: prescrizione nel 2012

1) La condotta violatrice, da parte dello Stato italiano, perdura sino ai decreti attuativi del 2007, e da lì parte la prescrizione.

2) La legge finanziaria del 2012, articolo 4 comma 43, stabilisce la prescrizione quinquennale per il danno cagionato dallo Stato a seguito di mancato recepimento di direttive comunitarie.

3) Se si calcola che la condotta dannosa dello stato cessa nel 2007, e se da lì si calcolano i cinque anni ai fini della prescrizione, la prescrizione è avvenuta nel 2012.

 

SECONDO SCENARIO: prescrizione parimenti nel 2012

1) La condotta violatrice, da parte dello Stato italiano, perdura sino ai decreti attuativi del 2007, e da lì parte la prescrizione (come nel primo scenario).

2) La legge finanziaria del 2012, articolo 4 comma 43, stabilisce la prescrizione quinquennale per il danno cagionato dallo Stato per mancato recepimento di direttive comunitarie.

3) Ma si può ritenere che tale legge non possa essere retroattiva, quindi non si dovrebbe applicare alle violazioni antecedenti al gennaio 2012. Quindi non si dovrebbe applicare alla violazione dello Stato italiano, violazione  persistente sino al 2007, che è antecedente al 2012, e si dovrebbe fare riferimento al codice civile.

E allora? Se si ritiene che la norma del 2012 è sostanzialmente dichiarativa della disciplina codicistica precedente, e se si ritiene che (già prima della norma del 2012, e sulla base del codice civile) fosse da applicare la prescrizione quinquennale, la prescrizione decorrerebbe comunque dal 2007 e si sarebbe compiuta  nel 2012.

 

TERZO SCENARIO: prescrizione nel 2017

1) La condotta violatrice, da parte dello Stato italiano, perdura sino ai decreti attuativi del 2007, e da lì parte la prescrizione (come nei primi due scenari).

2) La legge finanziaria del 2012, articolo 4 comma 43, stabilisce la prescrizione quinquennale per il danno cagionato dallo Stato per mancato recepimento di direttive comunitarie.

3) Ma si può ritenere che la legge non possa essere retroattiva, quindi non si dovrebbe applicare ai fatti antecedenti gennaio 2012. Quindi non si dovrebbe applicare alla violazione dello stato italiano, violazione persistente sino al 2007, che è antecedente al 2012, e si dovrebbe fare riferimento al codice civile.

E allora? Se si ritiene che la prescrizione introdotta dalla finanziaria del 2012 sia quinquennale per le violazioni successive al 2012, E INVECE, per i fatti anteriore al 2012, dovrebbe avere valore (su base codicistica) una prescrizione non quinquennale MA DECENNALE, in tal caso, dal 2007 si arriva al 2017.


 

Il fatto. Un soggetto affetto da autismo - rappresentato ex lege dalla madre amministratrice di sostegno - chiede al giudice l’indennizzo ai sensi della L. 210/1992 (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni) e il risarcimento del danno, asserendo come l’autismo fosse da ricondursi alle vaccinazioni contro il morbillo, la rosolia e la parotite, a cui era stato sottoposto in epoca precedente alla diagnosi del disturbo.

Il Primo grado. Il Tribunale rigetta la domanda di indennizzo e di risarcimento del danno, non ritenendo sussistente il nesso causale tra le vaccinazioni e l’autismo.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza del Tribunale.

La Corte di Cassazione. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, la motivazione della Corte d’Appello è corretta. Dopo aver dato chiaramente conto “dell’ampiezza dell’indagine svolta dai consulenti, caratterizzata dal concorso di distinte ma integrate professionalità, fra cui quella nel settore della neurologia, comprendente lo studio dei disturbi o sindromi del c.d. spettro autistico”, sulla base delle risultanze emerse dagli elaborati dei consulenti - che escludevano l’esistenza di un nesso causale tra le vaccinazioni e l’insorgenza del disturbo - la Corte d’Appello ha ritenuto correttamente che l’autismo fosse derivato non dalle vaccinazioni, ma “da un’interruzione nello sviluppo cerebrale in una fase precoce della vita intrauterina”. Il ricorso avverso la sentenza della Corte d’Appello viene perciò rigettato.


 

Il fatto. Un medico radiologo, refertando i radiogrammi della TAC effettuata su un paziente, omette di segnalare la presenza di un’area osteolitica nel peduncolo destro di C6. Da tale omessa refertazione consegue la mancata predisposizione di approfondimenti diagnostici per il necessario intervento chirurgico di asportazione dell’area osteolitica (identificata, successivamente, in un osteoblastoma). Ne derivano, per il paziente, l’aggravamento della malattia e l’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un periodo superiore a 40 giorni.

Il Primo grado. Il Tribunale, ritenendo il medico radiologo colpevole del reato di cui all’art. 590 c.p. (Lesioni personali colpose), lo condanna alla pena di due mesi di reclusione, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore della parte civile. 

Il Secondo grado. La Corte d’Appello riforma la sentenza del Tribunale, assolvendo il medico radiologo. Secondo i giudici - che considerano ‘malattia’ la mera alterazione anatomica cagionata al paziente - nel caso di specie, “non essendovi stato alcun aggravamento della malattia a causa dell’omessa diagnosi, deve escludersi che vi sia stata una lesione”.

La Corte di Cassazione. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, la decisione della Corte d’Appello è censurabile laddove ha motivato utilizzando una nozione di ‘malattia’ riferita alla mera alterazione anatomica cagionata al paziente, senza considerare le limitazioni funzionali derivanti da tale alterazione. Come sottolinea la Corte di Cassazione, “il concetto di malattia ha diviso per decenni dottrina e giurisprudenza perché, a fronte di una nozione incentrata esclusivamente sulla mera alterazione anatomica, si è prospettata, in particolare dalla dottrina, una concezione diversa che fa riferimento alla necessità che a questa alterazione (che peraltro può anche mancare) si accompagnino limitazioni funzionali”. Secondo la giurisprudenza più recente, la ‘malattia giuridicamente rilevante’ comprende necessariamente anche quelle alterazioni da cui deriva una limitazione funzionale o un significativo processo patologico o una compromissione, anche non definitiva ma significativa, di funzioni dell’organismo. Secondo la Corte di Cassazione, appare dunque chiaro come, nel caso di specie, la Corte d’Appello non abbia fatto corretta applicazione del concetto di ‘malattia’ come interpretato dalla più recente giurisprudenza di legittimità. La Corte di Cassazione, perciò, cassa con rinvio la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’Appello.


 

Dal 19 al 21 maggio 2016 si è svolta, presso il Palacongressi di Rimini, la III Conferenza Nazionale della Professione Medica e Odontoiatrica.

Seicento medici e odontoiatri, oltre ai Presidenti degli Ordini e ai relatori esterni (tra cui il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin), hanno preso parte a discussioni e workshop sull’evoluzione delle figure del medico e del paziente, interrogandosi sul futuro della Sanità in Italia.

Tra i vari argomenti affrontati, grande rilievo ha avuto il tema della formazione professionale del medico, che, come sottolineato dal dott. Stefano Almini - Presidente della CAO di Bergamo e componente della Commissione Nazionale per la Formazione Continua in Medicina - continuerà ad avere un ruolo centrale per il miglior esercizio della professione medica.

Qui il testo del documento finale redatto al termine della Conferenza.


 

Il fatto. In seguito alle lesioni permanenti subite da un neonato durante il parto, ad un infermiere ostetrico viene contestato di non aver correttamente interpretato le alterazioni del tracciato cardiotocografico, impedendo di procedere con un intervento cesareo d’urgenza. Al medico ginecologo viene contestato di aver applicato in modo non tempestivo, durante il parto vaginale, una ventosa al medio dello scavo pelvico, provocando la distocia della spalla sinistra del feto. La trazione sul collo fetale per disincagliare la spalla, eseguita con eccessiva forza, ha provocato lo strappamento del plesso brachiale, con avulsione delle radici dei nervi cervicali e del nervo toracico, da cui è derivata la perdita di funzionalità della mano sinistra del neonato. 

Il Primo grado. Il Tribunale condanna il medico e l’infermiere per le lesioni subite dal neonato. Secondo le conclusioni dei consulenti tecnici, condivise dal Tribunale, le lesioni riportate dal neonato derivano certamente da un’errata manovra compiuta dopo l’espulsione della testa quando, nel tentativo di disincagliare la spalla anteriore, era stata operata una eccessiva trazione sul collo verso il basso”. La circostanza che ad effettuare materialmente l’errata manovra sia stato il medico ginecologo è, ai fini della colpevolezza dell’infermiere, irrilevante per il Tribunale, trattandosi di intervento in èquipe. 

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza di condanna del medico e dell’infermiere, sottolineando come “l’applicazione della ventosa ostetrica aveva negativamente interferito nella insorgenza della distocia di spalla; di fronte ad una distocia di spalla era da ritenere incongrua e criticabile l’applicazione di una trazione sul collo fetale, mentre, per favorire il disimpegno e portare celermente e in sicurezza a termine il parto, si sarebbe dovuto procedere piuttosto alla frattura iatrogena della clavicola. Non vi è quindi motivo di dubitare dell’eziologia delle conseguenze patite dal piccolo, riferibili, sul piano causale, all’improprio apporto professionale degli imputati [...] operando in èquipe e rispondendo ciascuno del risultato comune prodotto per effetto della condotta altrui”.

La Corte di Cassazione. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, la decisione della Corte d’Appello è censurabile laddove non ha analizzato separatamente le condotte degli imputati, in base ai profili di colpa a ciascuno contestati e secondo l’apporto causale del comportamento del singolo rispetto all’evento lesivo. Secondo i principi più volte affermati dalla Suprema Corte, “la responsabilità penale di ciascun componente di una èquipe medica per un evento lesivo occorso al paziente sottoposto ad intervento chirurgico non può essere affermata sulla base dell’accertamento di un errore diagnostico genericamente attribuito alla èquipe nel suo complesso, ma va legata alla valutazione delle concrete mansioni di ciascun componente. Perciò, “nei casi in cui alla cura del paziente concorrono, con interventi non necessariamente omologabili, più sanitari, l’accertamento del nesso causale rispetto all’evento verificatosi deve essere compiuto con riguardo alla condotta e al ruolo di ciascuno, non potendosi configurare una responsabilità di gruppo in base ad un ragionamento aprioristico”. Nel caso di specie, essendo stato il medico ginecologo ad applicare la ventosa e ad eseguire, con troppa forza, la manovra per disincagliare la spalla del feto, nessun contributo causale può essere imputato all’infermiere in riferimento alle lesioni subite dal neonato. Sebbene fosse presente in sala, in aderenza al proprio profilo professionale, nessun comportamento era esigibile, in quel momento, dall’infermiere ostetrico, “che non era in grado di valutare nè l’intensità della trazione esercitata dal medico sulla testa fetale e, dunque, la correttezza della manovra, nè, tanto meno, di intervenire per correggerne l’errore ed evitare il danno”. Per quanto riguarda l’asserito ritardo con cui l’infermiere ostetrico avrebbe riscontrato le anomalie del tracciato cardiotocografico (da ricondursi ad un giro del cordone ombelicale a bandoliera), i giudici della Corte di Cassazione evidenziano che, dalle annotazioni riportare in cartella clinica, si evince come il medico ginecologo avesse seguito attentamente il travaglio della partoriente (somministrandole due dosi di analgesico e visitandola) e avesse potuto visionare di persona l’andamento del tracciato, predisponendo per tempo la sala operatoria. La Corte di Cassazione, alla luce delle considerazioni esposte, annulla la sentenza di condanna dell’infermiere ostetrico. Pur avendone accertato la colpevolezza, la Corte di Cassazione annulla altresì, ai soli fini penali e non civili, la sentenza di condanna del medico ginecologo, per essere il reato ascrittogli (lesioni colpose) estinto per prescrizione.


 

Un documento dal titolo “L’impegno contro il dolore” è stato consegnato dai medici italiani, nei giorni scorsi, all’Assemblea delle Nazioni Unite e a Papa Francesco.

Il documento, come spiega il primo firmatario, il prof. Guido Fanelli (estensore tecnico della Legge 15 marzo 2010, n. 38 concernente le “Disposizioni per garantire l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”) “è una carta redatta da 44 referenti di altrettanti centri d’eccellenza nella terapia del dolore e controfirmata da 200 tra i più riconosciuti e validi terapisti del dolore italiani, che attraverso un semplice decalogo impegna tutti e ciascuno, come professionisti e come uomini, a curare il dolore e a prendersi cura della sofferenza, non solo fisica, che dal dolore stesso è causata”. 

L’obiettivo della comunità scientifica è che il Manifesto possa rappresentare un documento recepito e condiviso universalmente, come ideale riconferma degli impegni assunti dai medici attraverso il giuramento di Ippocrate, tra cui sono certamente da ricomprendersi le terapie rivolte al dolore. 

Qui il testo completo del Manifesto.