Rifiuta

Usiamo i cookie per rendere possibile il corretto funzionamento di alcune funzioni. Utilizzando il nostro sito, accetti le nostre modalità di utilizzo dei cookie.

La Conferenza Stato-Regioni ha approvato il nuovo Accordo in materia di formazione continua in medicina.

Il Direttore Generale di Age.na.s., Francesco Bevere, è soddisfatto: “Il nuovo Accordo nasce dall’esigenza di dare organicità alle disposizioni del sistema ECM, puntando ad elevare il livello della qualità della formazione erogata. Vengono chiarite ulteriormente le competenze tra Stato e Regioni, assegnando allo Stato la definizione degli standard minimi omogenei su tutto il territorio nazionale e alle Regioni l’individuazione dei requisiti ulteriori di qualità, con l’obiettivo di stimolare la competizione tra i diversi sistemi per il raggiungimento di livelli di eccellenza. L’obiettivo è quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale e geografico che limitano di fatto l’accesso alla formazione continua. Per migliorare le performance del nostro servizio sanitario dobbiamo garantire una costante crescita culturale di ogni risorsa impegnata nel sistema salute. Oggi la formazione è l’arma migliore a nostra disposizione per affrontare con successo le sfide del futuro prossimo”.

Clicca qui per leggere il testo dell'Accordo


 

Il fatto. Una donna e il marito chiedono, in proprio e nella qualità di esercenti la potestà genitoriale, il risarcimento dei danni asseritamente subiti in conseguenza del comportamento tenuto da un medico in occasione della gravidanza della donna, conclusasi con la nascita di un figlio affetto da sindrome di Down. Il medico, consultato privatamente dalla gestante nei primi mesi della gravidanza, non avrebbe consigliato alla donna di sottoporsi ad amniocentesi. Tale esame fu prescritto alla gestante, presso una struttura ospedaliera, soltanto al quinto mese di gravidanza: la donna, sentendosi ormai sicura e confidando nel comportamento tenuto dal medico fiduciario fino a quel momento, aveva però rifiutato di sottoporsi all’esame.

Il Primo grado. Il Tribunale respinge la domanda di risarcimento proposta nei confronti del medico.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza di primo grado.

La Corte di Cassazione. Secondo la Corte di Cassazione, il rifiuto della donna di sottoporsi ad amniocentesi, presso una struttura ospedaliera, al quinto mese di gravidanza, non può avere, come erroneamente considerato dalle Corti di merito, una efficacia di causa esclusiva dell’inadempimento del medico. La mancata prescrizione dell’amniocentesi con le corrette tempistiche ha infatti precluso alla gestante “la possibilità di conoscere lo stato del feto fin dal momento in cui si rivolse al medico”, con la conseguente perdita di chance circa l’interruzione o la prosecuzione della gravidanza. La Corte di Cassazione cassa perciò la sentenza della Corte d’Appello, rinviandola ad altra Corte, la quale dovrà, nella decisione, applicare il seguente principio di diritto:

“Qualora risulti che un medico specialista in ginecologia, cui una gestante si sia rivolta per accertamenti sulle condizioni della gravidanza e del feto, non abbia adempiuto correttamente la prestazione per non avere prescritto l’amniocentesi ed all’esito della gravidanza il feto nasca con una sindrome che quell’accertamento avrebbe potuto svelare, la mera circostanza che, due mesi dopo quella prestazione, la gestante abbia rifiutato di sottoporsi all’amniocentesi, non elide l’efficacia causale dell’inadempimento quanto alla perdita della chance di conoscere lo stato della gravidanza fin dal momento in cui si è verificato e, conseguentemente, ove la gestante lamenti di avere subito un danno alla salute psicofisica, per avere avuto la sorpresa della condizione patologica del figlio solo al termine della gravidanza, la perdita di quella chance dev’essere considerata un parte di quel danno ascrivibile all’inadempimento del medico”.


 

L’Istituto Demoskopika, gruppo che si occupa di ricerche economiche e di mercato, ha realizzato, per il secondo anno consecutivo, uno studio sulle performance sanitarie in Italia.

L’IPS (Indice di Performance Sanitarie), usando le parole di Demoskopika, ha l’obiettivo di delineare il livello di efficienza e competitività dell’offerta sanitaria delle regioni italiane, con un’attenzione più marcata verso il sistema dell’assistenza ospedaliera” ed è il risultato di un’analisi realizzata attraverso i seguenti indicatori: 

  • Soddisfazione del servizio sanitario
  • Mobilità attiva
  • Mobilità passiva
  • Spesa sanitaria
  • Quota famiglie impoverite a causa delle spese socio-sanitarie ‘out of pocket’
  • Spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli
  • Costi della politica 

Secondo l’indagine sul grado di efficienza sanitaria, quattro sono state le Regioni classificate come “sane” (Piemonte al primo posto, poi Lombardia, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige); nove le Regioni definite “influenzate” (a partire dalla Valle d’Aosta) e sette quelle timbrate come “malate”, con la Calabria in ultima posizione. 

Alcuni tra i dati più significativi:

  • Quasi una famiglia italiana su due (47,1%) nel 2016 ha rinunciato a curarsi (tra gli altri: per motivi economici, lunghe liste di attesa, paura delle cure, motivi di lavoro).
  • Un italiano su tre (34,2%) è soddisfatto dei vari aspetti legati al ricovero ospedaliero (assistenza medica e infermieristica, vitto, servizi igienici).
  • Per quanto riguarda le cure prestate a pazienti non residenti (mobilità attiva), la Regione più attrattiva è la Lombardia, mentre all’ultimo posto si trova la Basilicata.
  • Circa le famiglie impoverite dalle spese sanitarie out of pocket, la maggior parte di queste appartiene alla Regione Calabria. Seguono la Sicilia e l’Abruzzo.
  • Le spese per il contenzioso sanitario sostenute nel 2016 dal SSN ammontano a 191 milioni di euro (di cui oltre il 60% è riferibile alle strutture del meridione). 

Clicca qui per leggere la versione integrale dell’IPS 2016 di Demoskopika.


 

Il fatto. Una donna chiede il risarcimento dei danni asseritamente subiti, a causa dell’insorgere di una complicanza discitica, a seguito di un intervento neurochirurgico.

Il Primo grado. Il Tribunale respinge la domanda di risarcimento proposta nei confronti del medico chirurgo.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza di primo grado.

La Corte di Cassazione. La ricorrente sostiene che i giudici di merito non avrebbero valorizzato adeguatamente, ai fini probatori, le modalità di tenuta della cartella clinica, apparsa ai consulenti tecnici chiaramente incompleta. Come affermato dalla consulenza tecnica di parte attrice, la complicanza subita dalla donna durante l’intervento deriverebbe da un evento certamente iatrogeno, ma non precisabile a causa della incompletezza della cartella clinica: “Il fatto che [la complicanza] si sia determinata è certamente da attribuire ad un evento iatrogeno, non meglio precisabile considerata la scarsa, superficiale e non completa compilazione della cartella clinica”. Secondo la Corte di Cassazione, la motivazione dei giudici di Appello sul punto non corrisponde al consolidato orientamento della Suprema Corte, “che nella incompletezza della cartella clinica - che è obbligo del sanitario tenere invece in modo adeguato - rinviene proprio, in considerazione anche del principio della prossimità della prova, il presupposto perché scatti la prova presuntiva del nesso causale a sfavore del medico, qualora la condotta dello stesso sia astrattamente idonea a cagionare quanto lamentato”. La Corte di Cassazione, perciò, cassa con rinvio la sentenza della Corte d’Appello.

Breve commento. Spesso la Corte di Cassazione parla, indifferentemente, di “principio di vicinanza alla prova”, “principio di vicinanza della prova”, “criterio di vicinanza alla prova”, “criterio di vicinanza della prova”. Il contenuto dell’espressione parrebbe il seguente: il soggetto (e cioè, nel caso qui esaminato, il medico) che risulti in condizioni di accedere e predisporre elementi probatori (quindi, metaforicamente, sia “vicino alla prova”) ha l’onere di fornirla. La irregolare tenuta della cartella clinica ha perciò conseguenze negative per il soggetto su cui grava l’obbligo di compilazione, e ciò costituisce un corollario del principio di “vicinanza alla prova”. Tale corollario appare specificabile nei termini seguenti: se un medico, pur essendo stato in condizioni di documentare elementi probatori su situazioni rilevanti a fini eziologici, non è in grado di fornire tali elementi per sua colpa - avendo tenuto irregolarmente la cartella clinica - in tal caso grava su di lui una presunzione di responsabilità.


 

Approvato in prima lettura alla Camera il 28 gennaio scorso, il DDL n. 2224 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie) era stato assegnato alla Commissione Igiene e Sanità del Senato l’11 febbraio.

Conclusosi l’esame degli emendamenti il 2 novembre, pareva prossimo l’approdo del testo alla Camera dei Deputati per la terza lettura.

Invece, dopo l’approvazione degli articoli 1, 2, 3, 5, 6 e 7, al Senato è mancato il numero legale per continuare la seduta. Il proseguio dell’esame del DDL, complice l’imminenza di importanti momenti politici, è stato così rinviato al 6 dicembre prossimo per essere meglio calendarizzato; ma sono ipotizzabili ulteriori differimenti (gli articoli del DDL sono in totale 18).

Critica la Presidente della Commissione Igiene e Sanità, la senatrice Emilia De Biasi: “Un provvedimento così importante non può essere sottoposto a uno spezzatino di sedute che ne dilazionano sine die l’approvazione. Non è serio per il valore del provvedimento e per la dignità dell’Aula”.


 

Il fatto. Una donna accusa un odontoiatra di avere eseguito con grave imprudenza un intervento di implantologia - consistito nell’inserimento di impianti endossei - cagionandole la lesione del nervo trigemino e la perdita permanente della sensibilità della parte inferiore sinistra del mento. Inoltre, sebbene l’intervento fosse stato eseguito in Serbia, l’odontoiatra aveva eseguito i controlli medici post-operatori in Italia (ispezionando il cavo orale della donna e provvedendo alla limatura degli impianti) senza l’autorizzazione ad esercitare la professione medica sul territorio.

Il Primo grado. Il Tribunale condanna l’odontoiatra per i reati di lesioni colpose gravi ed esercizio abusivo della professione medica.

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza del Tribunale.

La Corte di Cassazione. E’ meritevole di segnalazione uno dei motivi di ricorso in Cassazione proposti dall’odontoiatra - il solo ritenuto ammissibile - con il quale egli deduce un vizio di motivazione nella sentenza di appello per avere i giudici “individuato la data di decorrenza del termine per proporre la querela dal momento in cui la persona offesa aveva appreso dal medico a tal fine incaricato la natura e l’entità della lesione da lei patita, anziché da una data antecedente,”. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, tuttavia, il motivo di ricorso è infondato. Essi sottolineano il consolidato principio interpretativo, correttamente applicato dai giudici di merito, secondo il quale “Il termine per proporre la querela per il reato di lesioni colpose determinate da colpa medica inizia a decorrere non già dal momento in cui la persona offesa ha avuto consapevolezza della patologia contratta, bensì da quello, eventualmente successivo, in cui la stessa è venuta a conoscenza della possibilità che sulla menzionata patologia abbiano influito errori diagnostici o terapeutici dei sanitari che l’hanno curata”. La Corte di Cassazione rigetta perciò il ricorso proposto dall’odontoiatra, confermando la sentenza della Corte d’Appello.

Breve commento. L’art. 124 del codice penale prescrive che la querela sia presentata nel termine perentorio di tre mesi dalla notizia del fatto costituente reato. La giurisprudenza ha più volte ribadito come tale termine decorra dalla effettiva conoscenza del fatto che ha la persona offesa in relazione alla sua qualifica di reato e alla individuazione dell’autore (“Il termine per la presentazione della querela inizia a decorrere dal momento in cui la persona offesa abbia avuto la piena cognizione di tutti gli elementi di natura oggettiva e soggettiva che consentono la valutazione sulla consumazione del reato” - Cass. pen., sez. IV, n. 13938/2008). Ad esempio, si può sapere che è accaduto un determinato evento, ma non essere ancora in possesso degli elementi per qualificarlo come reato: in una situazione del genere (come nel caso di specie trattato) il termine per proporre querela (dies a quo) comincerà a decorrere dal momento in cui il quadro oggettivo e soggettivo sarà completo, indipendentemente dal momento in cui è stata posta in essere la condotta o si è verificato l’evento.


 

Il fatto. Una donna ultrasettantenne si presenta verso le 4.30 al Pronto Soccorso lamentando un forte dolore al braccio sinistro - conseguenza di una caduta accidentale in bagno - e viene accettata con codice triage verde. Nonostante le ripetute richieste, da parte di un’infermiera, di visitare la paziente per una probabile frattura, il dirigente medico (con mansioni di medico di guardia) omette di visitarla, sebbene non fosse impegnato da altri pazienti, avendo terminato l’ultima visita alle ore 3.00. Il medico si limita a dire all’infermiera di somministrare alla donna un antidolorifico e suggerirle di ripresentarsi all’Ospedale alle ore 8.00 per eseguire una radiografia. La donna, alla quale l’infermiera decide autonomamente di immobilizzare il braccio, torna così all’Ospedale alle ore 8.00. Alle 10 è sottoposta ad una radiografia, a seguito della quale le viene diagnosticata una frattura scomposta dell’omero sinistro. Il giorno successivo la paziente viene operata.

Il Primo grado. Il Tribunale condanna il medico per il reato di cui all’art. 328 c.p. (Rifiuto di atti d’ufficio. Omissione).

Il Secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza del Tribunale. Secondo i giudici della Corte d’Appello, nonostante le sollecitazioni dell’infermiera e il fatto che la paziente avesse detto di provare un dolore pari a 9 (su una scala da 1 a 10), il medico aveva rinviato la visita alle ore 8.00 “perché a quell’ora si era da poco messo a riposare”, con l’intento di gravare dell’incombenza un altro medico. La Corte d’Appello, inoltre, sottolinea la correttezza della qualificazione giuridica della fattispecie, evidenziando come il delitto di cui all’art. 328 c.p. sia integrato “anche se le condizioni di salute del paziente non siano poi risultate gravi in concreto o che l’atto omesso non abbia provocato l’aggravamento di esse”.

La Corte di Cassazione. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, la motivazione della Corte d’Appello è corretta. La Corte sottolinea, relativamente al carattere di urgenza della visita, come la persona che si presenti al Pronto Soccorso, lamentando un disturbo, ha il pieno diritto - cui corrisponde un correlativo dovere del sanitario di turno - ad essere sottoposto a visita medica, là dove l’assegnazione del codice di triage all’atto dell’accettazione vale soltanto a definire un ordine di visita fra più pazienti in attesa, ma non ad esentare il predetto sanitario dal dare corso alla visita del paziente la cui patologia sia valutata, ad un primo screening del personale paramedico, non grave. Ciò a maggior ragione allorchè si tratti di persona non più giovane (ultrasettantenne) che accusi un dolore acuto (indicato come di intensità 9, in una scala da uno a dieci) ed a fronte delle reiterate sollecitazioni del personale infermieristico, dunque di personale qualificato ed in grado di valutare l’effettività necessità della visita immediata da parte del medico”. Per quanto riguarda poi il differimento orario della visita, la Corte ribadisce che non può ritenersi “un legittimo esercizio della discrezionalità del sanitario”. Costituiva, infatti, preciso dovere del medico di turnoverificare senza indugi la gravità della situazione e formulare una prima diagnosi, così da scongiurare patologie di intensità tale da richiedere un intervento sanitario tempestivo e non dilazionabile al giorno successivo”.

La Corte di Cassazione rigetta perciò il ricorso proposto dal medico, confermando la sentenza della Corte d’Appello.