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La IV sezione penale della Corte di Cassazione, attraverso la Notizia di Decisione n. 3 del 2017, ha affrontato la questione della successione delle leggi nel tempo con riferimento alla responsabilità medica.

Come è noto, dal 1 aprile 2017 è entrata in vigore la Legge Gelli-Bianco, che sostituisce la Legge Balduzzi in materia di responsabilità professionale degli operatori sanitari.

Sorge dunque il problema relativo a quale delle due normative debba essere applicata ai fatti verificatisi prima dell’entrata in vigore della nuova Legge.

In una udienza tenutasi il 20 aprile u.s., la Corte di Cassazione penale, in riferimento all’art. 590-sexies del codice penale, introdotto dall’art. 6 della Legge Gelli-Bianco, esplicita come la nuova disciplina “[...] trova applicazione solo ai fatti commessi successivamente all’entrata in vigore della novella. Per i fatti anteriori può trovare ancora applicazione, ai sensi dell’art. 2 cod. pen., la disposizione di cui all’abrogato art. 3, comma 1, della legge n. 189 del 2012 che aveva escluso la rilevanza penale delle condotte lesive connotate da colpa lieve, nei contesti regolati da linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica”.

In conclusione, secondo la Corte di Cassazione, la Legge Balduzzi parrebbe essere, per il sanitario, più favorevole rispetto alla nuova Legge Gelli-Bianco.


 

Il fatto. Un uomo colpito da infarto viene prelevato, presso la propria abitazione, da un’ambulanza, e trasportato al Pronto Soccorso. I parenti del paziente avvertono il personale dell’ambulanza circa il decesso del padre dell’uomo, avvenuto anni addietro per la medesima patologia e alla medesima età. Il personale dell’ambulanza decide, in base alle condizioni del paziente e a tali dichiarazioni, di assegnare al paziente un codice giallo. L’infermiere responsabile del servizio di triage del Pronto Soccorso, tuttavia, trascura le indicazioni del referto del personale dell’ambulanza relative alla familiarità del problema cardiaco, non effettuando alcun esame e attribuendo al paziente un codice verde. L’infermiere omette altresì di rivalutare il paziente nelle ore successive, così che gli infermieri subentrati nel turno pomeridiano, accertate le condizioni gravissime dell’uomo, lo trasportano urgentemente nel reparto di cardiologia, dove decede per una occlusione trombotica della coronaria sinistra.

Il primo grado. Il Tribunale condanna l’infermiere per il delitto di omicidio colposo.

Il secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza di condanna del Tribunale.

La Corte di Cassazione. La Corte di Cassazione sottolinea la correttezza della motivazione della Corte d’Appello circa la condanna dell’infermiere, sia sotto il profilo della colpa, sia sotto il profilo causale. Per quanto riguarda il primo profilo, i Giudici hanno correttamente motivato, rilevando come il comportamento dell’infermiere integri certamente una condotta colposa. Il sanitario, infatti, ha violato “sia le linee guida del triage, sia le regole di comune diligenza e perizia richieste agli infermieri professionali addetti al Pronto Soccorso, tenuto conto dei sintomi del paziente e della acquisita anamnesi familiare”.  Per quanto riguarda il profilo causale, i Giudici rilevano come “l’assegnazione di un corretto codice di priorità avrebbe comportato l’effettuazione dell’elettrocardiogramma entro trenta minuti, evenienza che avrebbe consentito di intraprendere utilmente il corretto percorso diagnostico e terapeutico”. Ciò avrebbe evitato, secondo i consulenti, la morte del paziente. Sussistono perciò i presupposti per affermare la riconducibilità causale dell’evento alla condotta omissiva dell’imputato. La Corte di Cassazione, così motivando, annulla senza rinvio agli effetti penali la sentenza impugnata - essendo il reato estinto per prescrizione - e rigetta il ricorso dell’infermiere agli effetti civili.


 

Il fatto. In seguito ad una perquisizione effettuata dai Carabinieri del NAS, nei cassetti di un ambulatorio odontoiatrico, di chirurgia estetica e di chirurgia maxillo-facciale vengono rinvenute 20 fiale di carbocaina scadute.

Il primo grado. Il Tribunale condanna il responsabile dell’ambulatorio per il reato di cui all’art. 443 del codice penale (Commercio o somministrazione di medicinali guasti), per la detenzione di farmaci guasti o imperfetti perché scaduti di validità. Il Tribunale condanna altresì l’imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile.

Il secondo grado. La Corte d’Appello conferma la sentenza di primo grado.

La Corte di Cassazione. Il responsabile dell’ambulatorio deduce, nella motivazione della Corte d’Appello, un vizio di motivazione per avere i Giudici ritenuto che il reato si fosse realizzato tramite la semplice detenzione dei farmaci scaduti, senza la prova che il medicinale in questione dovesse essere utilizzato (essendo le scatole riposte in un cassetto sigillate).

I Giudici della Corte di Cassazione, tuttavia, sottolineano come “La detenzione per il commercio può sussistere anche se manchi la vendita o anche la esposizione in vendita, bastando la conservazione della cosa destinata al commercio in qualsiasi luogo, che valga a generare il convincimento che si tratti in realtà di detenzione per il commercio”.

Richiamando la “Relazione al Re” del Codice Penale, la Corte evidenzia che “Pone in commercio chi in qualsiasi modo idoneo offre al pubblico, direttamente o a mezzo di altri, le cose delle quali si tratta”, sottolineando altresì come la detenzione di medicinali per il commercio e la detenzione per la somministrazione non costituiscano situazioni differenti, “perché entrambe funzionali e dirette all’uso effettivo del farmaco”.

Nel caso in esame, motivano i Giudici, “Mancano elementi che potessero giustificare la detenzione [dei farmaci] per un fine diverso dalla somministrazione”.

La Corte di Cassazione rigetta perciò il ricorso del responsabile dell’ambulatorio e - essendo il reato ascritto all’imputato ormai estinto per prescrizione - conferma la condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile.


 

L'Avv. Prof. Giovanna Marzo, Presidente dell'Associazione Auxilia Iuris, giovedì 30 marzo ha incontrato a Roma diversi esponenti delle maggiori Società medico-scientifiche italiane, nell'ambito di un focus sulle novità normative introdotte dalla Legge n. 24/2017 in materia di linee guida.

Partendo dalla storia relativa al successo delle linee guida, è stato approfondito il rapporto tra queste e il diritto, anche attraverso esempi casistici e la giurisprudenza della Corte di Cassazione. Sono state inoltre ampiamente analizzate le novità - introdotte dalla nuova legge sulla responsabilità sanitaria - che riguarderanno le linee guida sotto il profilo della responsabilità, della loro produzione e pubblicizzazione, della gestione del rischio sanitario.

      


 

La legge sulla nuova responsabilità professionale sanitaria è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 64 di venerdì 17 marzo: il c.d. disegno di legge Gelli/Bianco, così come modificato al Senato, è ora la Legge 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie), che entrerà in vigore dal 1 aprile 2017.

E’ il 1768 quando il giurista inglese Sir William Blackstone, all’interno dei Commentaries on the Laws of England, utilizza per la prima volta il termine mala praxis, entrato poi nell’uso comune della materia medico-legale e conosciuto oggi come malpractice.

Soltanto a partire dal 1980 il fenomeno assume in Italia la rilevanza attuale. L’errore medico non è più considerato come una probabilità da accettare all’interno del rapporto di cura, ma inizia ad essere valutato come fonte di risarcimento a favore del paziente danneggiato. Il mirino è puntato sul medico e sulla struttura in cui opera. Come sappiamo, la facilità con cui le compagnie hanno offerto, per almeno vent’anni, il risarcimento, ha favorito l’incremento del contenzioso.

Successivamente, molti sono stati i tentativi di riordinare la materia dei risarcimenti sanitari, spesso affidata soltanto alle interpretazioni giurisprudenziali.

E’ in questo panorama che nasce il disegno di legge Gelli/Bianco. La ratio perseguita dalla legge è quella di ridisegnare il rapporto medico-paziente, ormai viziato da quasi un ventennio di altalenante giurisprudenza: il professionista deve poter recuperare la “sicurezza operativa” perduta, senza dover ricorrere a fenomeni distorsivi e dis-economici, come la c.d. medicina difensiva, che, da rifugio per il medico verso le possibili lamentele del paziente, si è ben presto trasformata in un esborso economico tra i più gravosi a carico dello Stato.

Le importanti novità introdotte dalla Legge n. 24/2017 interessano quattro aree:

  • il monitoraggio, la prevenzione e la gestione del rischio sanitario;
  • la responsabilità civile e penale degli operatori sanitari (medici, infermieri, tecnici, etc.) nonché la responsabilità civile delle strutture sanitarie e socio-sanitarie sia pubbliche che private;
  • la produzione e la rilevanza giuridica delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali;
  • le polizze di assicurazione aventi ad oggetto la manleva per malpratica.

Stiamo progettando convegni e corsi sulla nuova Legge così che tutti gli operatori sanitari possano conoscere al meglio le regole dell’attività che quotidianamente svolgono senza troppi timori delle aggressioni dei pazienti.


 

Il fatto. Una donna decide di sottoporsi ad una serie di cure, trattamenti ed interventi riabilitativi di protesi ed impianti, al fine di attivare una nuova riabilitazione delle arcate dentarie. In particolare, la situazione dentaria e protesica della paziente comprendeva sull’arcata dentaria superiore tre protesi fisse che riguardavano il gruppo frontale e due settori laterali; inferiormente, la paziente indossava una protesi scheletrica semplice.

L’odontoiatra al quale si rivolge, dopo aver rimosso le protesi precedenti - che lui stesso aveva installato anni prima - provvede a progettare e curare diversi elementi dentali e l’avulsione di altri, installando impianti nell’arcata inferiore e applicando protesi (provvisorie e definitive) su entrambe le arcate.

A seguito dell’applicazione delle protesi definitive, la donna inizia a lamentare problemi alla protesi superiore, accusando impotenza funzionale e disagi masticatori con gravi difficoltà alle pratiche igieniche, accompagnati da fenomeni ascessuali sui denti pilastro. Si rivolge nuovamente all’odontoiatra, il quale in un primo momento le prescrive delle terapie e in seguito decide di rimuovere le protesi dell’arcata superiore con un martelletto odontoiatrico (provocando la frattura di due incisivi).

La paziente decide di rivolgersi ad altri professionisti, i quali constatano:

  • nell’arcata superiore: presenza di protesi a ponte di undici elementi di sostituzione, con modellazione grossolana e non autodetergente, sovra contorni dei bordi di chiusura delle corone, con infiltrazioni sensibili su tutti gli elementi di supporto; fratture delle ceramiche di rivestimento su alcuni denti.
  • nell’arcata inferiore: protesi a ponte di tre elementi con un vacillamento di primo grado e protesi a ponte di quattro elementi con grave carie sottocoronale.

Accertano, perciò, che sono stati realizzati trattamenti endodontici incongrui su una serie di denti, con lesioni periapicali, fratture ed infiltrazioni sottocoronali. Inoltre, rilevano come tutti gli impianti presentino gravissimi segni di perimplantite.

All’esito della visita medico-legale, alla donna viene riscontrata la sussistenza di un danno biologico permanente a causa della perdita di diversi elementi dentari; un periodo di invalidità temporanea parziale per lo stato di impotenza funzionale masticatoria protrattasi per circa tre anni e per il tempo necessario alle cure mediche; un danno patrimoniale emergente per le spese che avrebbe dovuto affrontare in futuro.

La donna invia una lettera di diffida all’odontoiatra, ottenendo in cambio un risarcimento da parte della compagnia assicuratrice del dentista. Non soddisfatta, la donna si rivolge al Tribunale, chiedendo, nei confronti dell’odontoiatra, il risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali patiti.

Il Tribunale di Bologna. L’odontoiatra, costituendosi in giudizio, eccepisce la prescrizione del diritto vantato dalla donna, sostenendo di aver effettuato i primi interventi più di dieci anni prima. Trattandosi, nel caso, di responsabilità contrattuale, il diritto al risarcimento risulterebbe dunque prescritto.

Il Tribunale, tuttavia, sottolinea quanto previsto dall’art. 2935 del codice civile, secondo cui “La prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere”. Da ciò si deduce che tale momento è identificabile non nel momento in cui il fatto del terzo determina ontologicamente il danno all’altrui diritto, bensì “dal momento in cui la produzione del danno si manifesta all’esterno, ossia quando il danno diviene oggettivamente percepibile e riconoscibile, nonché dalla sua addebitabilità ad un determinato soggetto”.

Nel caso di specie, quindi, secondo il Tribunale, il dies a quo deve essere individuato “nel momento in cui l’attrice ha avuto una reale percezione del danno sia in termini di dolore ma anche in termini di riconducibilità della responsabilità all’errato operato del medico”.

La donna nulla lamentò dopo i primi interventi, inerenti al primo ciclo di cure, percependo problemi alle arcate dentarie soltanto in occasione del secondo ciclo di riabilitazione, momento in cui tornò dall’odontoiatra in possesso di tutti gli elementi utili a percepire la sussistenza del danno e la sua riferibilità al suo primo operato. Essendo la distanza temporale da tale secondo momento al momento di instaurazione del giudizio inferiore a dieci anni, non può essere intervenuta alcuna prescrizione.

Infine, per quanto riguarda l’accertamento della responsabilità in capo all’odontoiatra, il Tribunale si riporta alle conclusioni del Consulente Tecnico d’Ufficio, che evidenziano la sussistenza di errori nell’operato del medico: errori che determinarono la frattura di pilastri protesici, il fallimento precoce di impianti e parodontiti apicali.

Il Tribunale condanna perciò l’odontoiatra al risarcimento dei danni subiti dalla paziente.


 

La "Fondazione Edo ed Elvo Tempia ONLUS", nell'ambito di una competizione ​ideata dalla società di assicurazioni Aviva a favore delle ONLUS, ha realizzato un progetto inerente al tumore della prostata.

Dal 2 al 30 marzo il progetto può essere votato registrandosi sul sito di Aviva. I 5 progetti più votati di ogni categoria saranno valutati da una giuria di esperti.

Per informazioni dettagliate sul progetto e per votare, cliccare sul seguente link:


https://community-fund-italia.aviva.com/voting/progetto/schedaprogetto/16-952

 


 

L’esame finale del DDL sulla Responsabilità professionale si terrà in aula alla Camera il prossimo 28 febbraio, come calendarizzato durante la seduta di ieri.

L’esame era stato interrotto lo scorso 16 febbraio, dopo l’approvazione dei primi 5 articoli:

  1. Sicurezza delle cure in sanità
  2. Attribuzione della funzione di garante per il diritto alla salute al Difensore civico regionale o provinciale e istituzione dei Centri regionali per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente
  3. Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità
  4. Trasparenza dei dati
  5. Buone pratiche clinico-assistenziali e raccomandazioni previste dalle linee guida

Restano ancora da approvare i seguenti articoli:

Art. 6. Responsabilità penale dell'esercente la professione sanitaria
Art. 7 Responsabilità civile della struttura e dell'esercente la professione sanitaria
Art. 8 Tentativo obbligatorio di conciliazione
Art. 9 Azione di rivalsa o di responsabilità amministrativa
Art. 10 Obbligo di assicurazione
Art. 11 Estensione della garanzia assicurativa
Art. 12 Azione diretta del soggetto danneggiato
Art. 13 Obbligo di comunicazione all'esercente la professione sanitaria del giudizio basato sulla sua responsabilità
Art. 14 Fondo di garanzia per i danni derivanti da responsabilità sanitaria
Art. 15 Nomina dei consulenti tecnici d'ufficio e dei periti nei giudizi di responsabilità sanitaria
Art. 16 Modifiche alla legge 28 dicembre 2015, n. 208, in materia di responsabilità professionale del personale sanitario
Art. 17 Clausola di salvaguardia
Art. 18 Clausola di invarianza finanziaria