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La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 2847 del 13 febbraio 2015, afferma che, per la sussistenza di responsabilità connessa alla mancata ottemperanza degli obblighi informativi nei confronti del paziente, deve essere accertata la “condotta omissiva” del medico, e non una “condotta attiva dissuasiva”.

La condotta omissiva era stata prospettata - dai genitori della bambina nata affetta da sindrome di Dawn - in quanto il medico di base non li avrebbe informati adeguatamente, pure a fronte di espressa richiesta, circa la possibilità di ricorrere ad amniocentesi o ad ulteriori esami volti a conoscere l'esistenza di eventuali anomalie o malformazioni del feto, precludendo alla gestante di esercitare il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza.

La condotta attiva dissuasiva, accertata in sede di giudizi di merito, era invece consistita nel fatto che il medico di base aveva invero assolto i propri doveri informativi allertando la gestante circa i pericoli connessi all’invasività di tali esami, invitandola a consultare, prima di richiedere una impegnativa per amniocentesi, uno specialista del settore.


 

All'interno del XX Congresso regionale campano dell'Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI), dal titolo "Update ed Applicazioni Pratiche in Ostetricia e Ginecologia", tenutosi a Caserta dal 15 al 17 gennaio 2015, sono emersi dati e statistiche relative al contenzioso medico-legale in Italia.

Nel nostro Paese, ogni anno, oltre 34.000 cause vengono promosse contro i medici. Nei lavori congressuali è emersa la sottolineatura secondo cui la pressione del contenzioso ha determinato il sorgere e l'estendersi del fenomeno della medicina difensiva, con consistente incremento di esami e accertamenti sostanzialmente superflui (con enorme aggravio nei confronti della collettività).

La pressione del contenzioso, inoltre, sta condizionando le scelte di carriera dei giovani medici che non scelgono più specializzazioni ad alto rischio come la ginecologia e ostetricia.

In sede congressuale è emerso il forte richiamo alla esigenza di nuovi provvedimenti a livello legislativo, i quali intervengano a regolare razionalmente i profili di responsabilità della professione medica, affrontando anche la tematica delle spese assicurative, per i medici, in continuo aumento.


 

Il Tribunale di Milano, nella sentenza n. 1430 del 2 dicembre 2014, afferma che la responsabilità del medico dipendente e/o collaboratore della struttura sanitaria, autore della condotta attiva o omissiva produttiva del danno subito dal paziente, abbia natura esclusivamente extracontrattuale.

Tale decisione prende le distanze dalla costruzione del cd. contatto sociale, affermatasi a seguito della sentenza n. 589/1999 della Corte di Cassazione civile: costruzione giurisprudenziale per cui, a seguito dell'intervenuto contatto sociale tra il medico dipendente e il paziente, il medico dipendente è tenuto da responsabilità anche a titolo contrattuale.

I giudici milanesi fondano la loro decisione sulla base dell'art. 3 comma 1 della L. 189/2012 (cd. Legge Balduzzi), il quale così dispone: "L'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo".

Tale interpretazione, peraltro, è attualmente minoritaria, e risulta tuttora dominante l'interpretazione secondo cui la Legge Balduzzi non sarebbe intervenuta a correggere il precedente orientamento giurisprudenziale. Pertanto, allo stato, risulta maggioritario l'orientamento giurisprudenziale secondo cui il medico dipendente è sottoposto (oltre che alla responsabilità extracontrattuale) anche alla responsabilità di natura contrattuale (che è nettamente sfavorevole per il medico, sia dal punto di vista della prescrizione, sia dal punto di vista dell'onere probatorio).


 

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 16401 del 17 luglio 2014, pone i limiti della responsabilità del ginecologo nei confronti della paziente che, per errata diagnosi dello stesso, scopre di essere in stato interessante quando è ormai troppo tardi per ricorrere all'interruzione di gravidanza.

I giudici di legittimità confermano il risarcimento del danno non patrimoniale rappresentato dalla "violazione del diritto della donna ad essere informata", rigettando invece la domanda di risarcimento del danno patrimoniale consistente negli oneri di mantenimento del nascituro, ritenendo non provata l'esistenza di una volontà abortiva della donna, nell'ipotesi in cui fosse stata tempestivamente informata della gravidanza.


 

Il Tribunale di Cremona, nella sentenza del 9 luglio 2014, sottolinea che, in caso di interventi routinari, in capo al medico non grava sostanzialmente una obbligazione di risultato. Tuttavia, in caso di mancato raggiungimento del risultato, sorge in capo al medico una presunzione semplice di inadempimento:

"Per le operazioni di routine, la responsabilità civile del sanitario dipende quasi esclusivamente dal mancato raggiungimento del risultato che è, se non dominabile, quanto meno governabile, attraverso il rispetto dello standard curativo (linee guida), salve le specificità del caso di specie".

Nelle operazioni di routine il mancato raggiungimento del risultato "fa insorgere una presunzione (semplice) di inadempimento, con la conseguenza che spetta al sanitario fornire la prova liberatoria, ossia che l'insuccesso dell'intervento è dipeso da caso fortuito o forza maggiore".


 

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 1152 del 23/05/2014, ribadisce, nel caso specifico riferito agli interventi palliativi, quanto già affermato in precedenti occasioni in materia di omissione diagnostica e perdita di chance:

In tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cosiddetto palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire di tale intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze”.