Rifiuta

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Il fatto.

In un ospedale del Friuli, un bambino viene partorito sano. La madre si oppone al taglio del cordone ombelicale: ciò in coerenza con precedenti dichiarazioni di entrambi i genitori che avevano espresso, in modo netto e chiaro, la volontà di escludere sia il parto cesareo sia ogni eventuale intervento sul neonato. Quest’ultimo, dopo pochi minuti, è colpito da un principio di infezione con pericolo di danno alla salute. I medici ritengono che, mancando il consenso dei genitori, non possano procedere al taglio del cordone; allora si rivolgono alla Procura della Repubblica chiedendo l’autorizzazione alla recisione del cordone ombelicale.

A questo punto la ricostruzione del fatto incontra una bipartizione.

Secondo alcuni mezzi di informazione, il Procuratore autorizza; ma, nel frattempo, i medici hanno convinto la madre circa la necessità sanitaria del taglio del cordone; quindi i medici procedono alla attività sanitaria occorrente al piccolo paziente, ormai autorizzata dal consenso informato che ha reso superflua l’autorizzazione magistratuale (destinata o operare in mancanza di consenso).

Secondo altri mezzi di informazione, il Procuratore non adotta alcun provvedimento autorizzativo ma risponde con una semplice indicazione, richiamando la regola secondo cui, nel momento in cui sussista pericolo, il trattamento sanitario, volto a scongiurare tale pericolo, deve essere effettuato anche in difetto di consenso.

A parte la qualificazione giuridica della risposta tecnica del Procuratore (se si tratti di provvedimento concretamente autorizzativo, oppure se si tratti di mero richiamo a norma generale da interpretare e da applicare) non mancano i motivi di riflessione sullo scenario culturale affiorante dal fatto e, poi, su alcune affermazioni del Procuratore (come riferite e virgolettate su quotidiani).

Il rifiuto della prestazione sanitaria e il naturalismo regressivo.

Sotto il profilo culturale, sono interessanti le radici e le motivazioni del rifiuto formulato dalla madre al taglio del cordone. Il rifiuto trae origine da un orientamento di pensiero, risalente agli anni 70, che fa appello a un valore di naturalità che ha radici nella osservazione di pratiche di vita animale (pratiche che l’uomo avrebbe “perduto” nel corso del suo progressivo distanziamento dal contesto archetipico). In particolare, l’orientamento a rifiutare il taglio del cordone ombelicale troverebbe fondamento naturalistico, secondo tale modo di vedere, in un comportamento riscontrato tra gli scimpanzé, comportamento osservato e interpretato dalla ideatrice del movimento. Il fenomeno è di rilievo perché, con l’appello a condizioni di naturalità anche in ambiti e casi in cui il pensiero scientifico e tecnico ha raggiunto certezze, ne deriva un segnale di contrasto ad aspetti fondamentali della nostra civiltà.

Il rifiuto della prestazione sanitaria e il naturalismo politico.

È difficile non percepire un collegamento tra il menzionato naturalismo e quell’ altro, ben più visibile e consistente, che rifiuta il ricorso alla medicina e, in questi giorni, segnatamente, rifiuta le vaccinazioni. Anche quest’ultimo è un movimento naturalistico, ma che si presenta con caratteristiche marcatamente ideologico-politiche.

Infatti, questa rivolta si connota come movimento di resistenza avverso stili di vita e imposizioni che vengono addebitati alla invadenza del potere economico il quale, pur di fare profitto, speculerebbe sulla salute e sulla credulità delle persone, imponendo trattamenti talvolta inutili e frequentemente dannosi.

Le nuove ideologie e l’attacco incrociato alla medicina

Nel diffondersi di tali modi pensare (diffondersi che era proprio difficile da immaginare) la medicina è percepita come un sapere fuori controllo, una creatura evocata a fin di bene ma ormai capace di effetti disastrosi; e i medici (e il personale sanitario in genere) appaiono come “una casta”, paga del proprio narcisismo gnoseologico e magari (ecco un punto centrale) abbarbicata ai propri privilegi connessi a una interessata soggezione agli oligopoli farmaceutici.

Se questi tasselli si aggiungono all’altro, secondo cui molti (totalmente al contrario dei “naturalisti”) pretendono tutto dalla medicina e dai medici, ne vien fuori un attacco incrociato: c’è chi è contro perché la medicina e i medici manipolerebbero la natura; c’è chi è contro perché la medicina e i medici non contrasterebbero efficacemente le insidie che la natura tende all’uomo.

Come terreno comune, ai due fronti, vien poi fuori quell’atteggiamento che ormai si sa, e che trova le sue espressioni più concrete nel fiume ormai in piena delle richieste risarcitorie.

Le dichiarazioni della Procura della Repubblica.

In questo quadro, non di ciel sereno, vengono a puntino alcune dichiarazioni rese dal Procuratore della repubblica sul caso friulano del cordone ombelicale.

Dice il Procuratore: “ciò che accaduto è un segno triste dei tempi”. Fin qui, ogni persona di buon senso si appresta ad esclamare: ‘meno male!’ (meno male che lo Stato comincia a dire la sua, e adesso gliele canta agli oscurantismi di ogni risma).

E invece ecco la sorpresa. Il Procuratore precisa: ‘è un segno triste dei tempi, che dimostra a che punto sia arrivata la medicina difensiva’.

È proprio qui la sorpresa: il Procuratore non se la prende con il rifiuto delle razionalità tecnicamente e scientificamente acclarate (rifiuto che, nel caso, ha messo in pericolo la salute di una personcina incapace di autotutela), ma se la prende con i medici. E se la prende con loro perché (ecco il punto sotteso) ometterebbero di fare ciò che devono e vanno a disturbare gli uffici della Procura.

Certo: ognuno capisce che le Procure hanno tanto da fare perché di reati se ne commettono tanti. Ma dallo Stato, forse, ci si potrebbe aspettare un atteggiamento diverso: un atteggiamento di chi, avendo tra l’altro il dovere d’ufficio di proteggere i minori, valuti, sotto ogni profilo, anche l’adeguatezza della famiglia a occuparsi del neonato. E allora ci si poteva aspettare una parola autorevole che si pronunciasse direttamente nel merito della situazione e che incoraggiasse i sanitari a confidare sullo “stato di necessità” che sussiste sempre quando si tratta di salvare una vita non in grado di manifestare il proprio volere.